Lettera da Marsiglia di Nicola Lecca

«L’Eden delle isole Frioul»

19/06/2017

Esistono al mondo luoghi assai più rilevanti della loro piccolezza geografica. Pensiamo alla Città del Vaticano: uno fra i più piccoli Stati al mondo: e ciò nonostante punto di riferimento per miliardi di persone. Ci sono poi le isole. Posti remoti e soli che il mare separa dalla terraferma, allontanandoli tanto dal corpo, quanto dalla mente: come lo scoglio di Grimsey abitato da un centinaio di persone e dolcemente adagiato sulla linea del Circolo polare artico o, ancora, lo svedese arcipelago di Gotland, scelto dal regista Ingmar Bergman per concludere la propria vita in piena armonia con la natura.
Sulla carta geografica paiono briciole. Invece, a visitarle con piglio da esploratore, ci si rende conto che ognuna di queste isole custodisce un mondo a sé.

Il paradiso degli ossimori

Proprio come le Frioul dove un’altissima densità di storia, natura, mito e leggenda riescono a far salire all’istante il termometro dell’emozione procurando il batticuore. Impervie insenature calcaree, sabbia, rocce e ciottoli, nascoste spiagge deserte, trecento specie di piante (diverse fra loro: ma tutte resistenti alla siccità) un microclima raro e ventoso, un’invidiabile fauna sottomarina e un parco marittimo in cui – pur di non disturbare i gabbiani - è vietato far troppo rumore, accendere falò o guidare auto, moto e perfino biciclette.
Che isole straordinarie, quelle dell’Arcipelago di Frioul! Minime frazioni di chilometro quadrato dirimpetto al colorato alveare marsigliese del quale fanno parte soltanto istituzionalmente, pur rappresentandone il suo contrario in un gioco di parole che potrebbe continuare all’infinito: rumore e silenzio, caos e calma, grandezza e piccolezza, semplicità e complicazione, incanto e disincanto….
Da qui Marsiglia appare immobile, disabita: e perfino i giganteschi palazzi popolari delle sue estese periferie sembrano essere vuoti. Un vero paradosso: perché l’arcipelago delle Frioul, pur essendo parte della municipalità marsigliese (tanto che il biglietto per i trasporti urbani della città basta ai residenti delle isole per raggiungerle in traghetto) si oppone all’intricata e variopinta ragnatela di strade che caratterizza l’indaffarata atmosfera portuale e quella, un tempo losca, dell’ormai rinnovato quartiere Panier. Dimenticati i tempi in cui erano state trasformate in luoghi di reclusione, lazzaretti o ghetti per i malati di febbre gialla, le Frioul sono oggi il trionfo della serenità: luoghi protetti in cui regnano rare specie di piante e uccelli che difficilmente sopravvivrebbero altrove: ma che qui hanno potuto insediarsi grazie alla purezza di un habitat a loro congeniale.
Ma soffermiamoci a conoscerle singolarmente queste quattro isole: tanto vicine a una fra le più cosmopolite metropoli francesi, quanto lontane dai ritmi confusionari e dai vivaci colori che rallegrano le sue malandate strade. Qui, fra strapiombi e insenature, dominano il bianco e il grigio di prepotenti rocce calcaree, il verde di una natura ancora dominante e l’azzurro del mare e del cielo.
L’isola di Tiboulen è fra tutte la più piccola e sola, ma anche la più ventosa. Per la gioia delle numerose specie di volatili che la abitano, raramente qualcuno si prende la briga di visitarla.
Era il 1513, quando nella piccola isola di If il primo rinoceronte mai arrivato in Europa sbarcò per sgranchirsi un po’ le zampe durante il lungo viaggio verso Papa Leone X, cui fu donato dal re del Portogallo. Una quindicina di anni dopo, proprio su quest’isola puntiforme, Francesco I fece costruire una grandiosa fortezza destinata a diventare, nei secoli, una prigione di massima sicurezza. La stessa che Alexandre Dumas rese celebre nel suo romanzo Il conte di Montecristo, permettendo al protagonista Edmond Dantès un’intrepida evasione: leggendaria per tutti, ma soprattutto per una comunità di torcedores cubani cui era affidato il compito di arrotolare i più celebri sigari al mondo, intrattenuti proprio dalla lettura di quelle emozionanti pagine, capaci di rendere meno stancante l’estenuante lunghezza delle loro giornate di lavoro.

Una terrazza su Marsiglia

Il castello che ispirò Dumas – così come le sue oscure segrete – sono oggi visitabili e permettono alla mente di viaggiare a ritroso in secoli lontani, conosciuti soltanto grazie ai libri di storia. Le isole di Pomègues e Ratonneau – ormai unite – sono il corpo principale dell’arcipelago e vengono regolarmente raggiunte da moderni traghetti bianchi e blu carichi di turisti desiderosi di avventurarsi fra i loro scombussolati sentieri alla scoperta di ospedali ottocenteschi, insenature che fanno odiare la modernità e teatrali panchine panoramiche capaci di rendere le Frioul il più bel balcone possibile per ammirare Marsiglia da lontano. A dire il vero, a bordo, ci sono anche i residenti. Fra tutti i passeggeri, si riconoscono per le pesanti buste della spesa dalle quali spuntano baguette, mazzi di sedano e zampe di gallina. Si tratta per lo più di pescatori che abitano in un piccolo villaggio di recente costruzione: un agglomerato assurdo che ha violentato la natura incontaminata delle isole, rovinandola con una sfilza di dozzinali ristoranti: come se fosse assolutamente necessario bere e mangiare in qualunque momento della giornata e non, invece, godere anche della lontananza dalla modernità, per fermarsi a meditare in solitudine.
Questo vien naturale fare quando ci si ritrova di fronte alla millenaria imponenza dello Château d’If. E si rimane lì inermi, immobili, incantati da quel perfetto momento d’intimità con sé stessi. Un istante prezioso, vestito dal cielo, dal mare, dal vento, dalla storia e dal verso dei gabbiani con un sontuoso abito imperiale che si chiama incanto.
Raramente nella vita capita il privilegio di emozionarsi tanto, per così poco. Ed è questo, in fondo, il più grande privilegio che le isole Frioul sanno offrirci, in cambio di nulla.

Nicola Lecca

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