Il canto soffocato dei poeti armeni

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17/07/2017

La notte del 24 aprile 1915, su ordine del governo turco, iniziarono a essere arrestate le personalità più in vista della comunità armena di Costantinopoli: fu l’inizio del genocidio, che ancora oggi qualcuno tenta di negare. In esso perì anche il fiore della cultura armena: le Edizioni Ares hanno appena pubblicato Benedici questa croce di spighe (pp. 240, euro 18), una pionieristica antologia degli scrittori armeni vittime del Medz Yeghern, il Grande Male. Il volume è stato curato dalla Congregazione Armena Mechitarista e in particolare da Suren Gregorio Zovighian e padre Hamazasp Kechichian. Di seguito proponiamo l’Invito alla lettura di Antonia Arslan.


Come una folgore improvvisa che taglia in due un paesaggio, come un terremoto inaspettato che apre voragini e scuote ogni cosa costruita dall’uomo, così siamo abituati a immaginare l’inizio del genocidio degli armeni, quella notte del 24 aprile 1915, quando – su decisione del governo dei Giovani Turchi – furono arrestati uno dopo l’altro nella capitale Costantinopoli i principali esponenti della comunità armena nell’impero ottomano. Fra loro anche molti scrittori, giornalisti e poeti, perché la parola poetica in Oriente è importante: è amata, cantata, ripetuta, riconosciuta come la voce profonda del popolo.
Una retata ben organizzata e letale. Nessuno spiegò loro niente. Furono contati accuratamente, fu verificata la loro identità, e dopo qualche ora furono fatti salire su un treno e avviati verso l’esilio. Questo gli venne detto, e così li tennero quieti; ma il programma reale era di dividerli, mandandoli verso diverse destinazioni: e poi di ucciderli un poco alla volta, preferibilmente con imboscate sulle strade poco sicure dell’interno dell’Anatolia – come in effetti avvenne.
Pochissimi i sopravvissuti; ma erano uomini di penna, e scrissero, e raccontarono, anche in nome dei loro compagni che non avrebbero più potuto parlare. Così è avvenuto che le ombre degli scrittori assassinati sono riemerse un poco alla volta: sono diventati personaggi reali, protagonisti del racconto infinito di quella tragedia incombente che venne realizzata giorno dopo giorno, con l’astuzia di tenere i prigionieri all’oscuro del loro destino, fino all’ultimo momento dicendo e non dicendo, alternando minacce e apparente bonomia e rispetto, ingannandoli con raffinata doppiezza.
In questo libro per la prima volta in Italia sono raccolte le loro voci, assai differenti fra loro, come è giusto che sia: diverse sono le date e i luoghi di nascita, la provenienza famigliare, i loro studi, le vocazioni e le carriere: poeti e scrittori di romanzi e novelle, giornalisti, medici, farmacisti, uomini di chiesa, uomini politici. C’è di tutto, ma unico è l’amore per una patria divisa, drammaticamente minacciata, con forti differenze sociali al suo interno, eppure unita da un maestoso, articolatissimo linguaggio dalle antiche radici indoeuropee, da un alfabeto unico e originale e da una superba tradizione culturale, che si sviluppa con grande ricchezza a partire dal quarto secolo d.C. Unico è anche l’anno di morte: il 1915.

Daniel Varujan

Daniel Varujan, il grande poeta che apre la raccolta, fu barbaramente ucciso insieme ad alcuni compagni di sventura il 26 agosto 1915. Nel momento dell’arresto, non aveva nessun sospetto del destino che l’aspettava; ma aveva dovuto affrontare la deportazione senza preavviso verso una destinazione sconosciuta, prima caricato su un treno, poi su carri per strade impraticabili, per arrivare infine nella minuscola cittadina rurale di Chankiri.
Là credette di essere relativamente al sicuro: in esilio, ma vivo, e con la possibilità di ricevere lettere e sostegno da parenti e amici rimasti nella capitale. Ma era solo la quiete minacciosa prima della tempesta. Come in un infernale gioco di scacchi le vite degli esiliati vennero prese un po’ alla volta, capricciosamente, secondo gli ordini che venivano da Costantinopoli, dall’onnipotente ufficio del ministro degli Interni Talaat, presso il quale i loro supplichevoli e disperati telegrammi si accumulavano suscitando – è lecito crederlo – una perversa soddisfazione. Ma Varujan, raccontano le testimonianze dei pochi superstiti, si distingueva perché continuava a lavorare, a scrivere incessantemente. Ricorda uno di loro, Mikayel Shamdandjian: «Varujan era il più taciturno e riservato membro del nostro gruppo. Si preoccupava solo di scrivere la sua “poesia rurale”. Una volta, in uno dei giorni più angosciosi, mi lesse alcuni sonetti, e io non potei che esprimergli la mia ammirazione e il mio stupore che, in momenti così terribili come quelli che stavamo vivendo, fosse in grado di mantenere la sua anima così distaccata e incorrotta da creare una poesia dedicata alla natura con una tale profondità. Mi rispose che riusciva ad arrivare a quell’intima pace grazie alla fede che nutriva nel futuro della nazione armena. Ah, perché non gli è stato concesso di vedere realizzarsi la sua speranza? (1)».
Eppure quei quaderni fittamente coperti di scrittura scomparvero, scrive un altro, Aram Andonian, con straziante ironia: «Varujan, l’unico fra noi che continuava a lavorare (aveva già scritto sei quaderni di versi) voleva raccontare la storia di Yerevoum [un contrabbandiere di tabacco], facendone l’eroe di una ballata epica. Non so se poi abbia avuto il tempo di scriverla. Ma a che cosa sarebbe servito, comunque? Il giorno del suo martirio, gli assassini probabilmente si impadronirono dei miseri bagagli di Varujan e dei suoi quattro compagni. [...] E molto probabilmente il vero tesoro del suo bagaglio, i sei quaderni che aveva scritto a Chankiri, furono buttati al vento. Ma si può pensare che Dishleg Hussein Agha, proprietario del khan davanti al quale vennero uccisi, che fu uno dei testimoni del crimine, li abbia raccolti con cura, e poi, dopo aver lisciato e messo in ordine le pagine, li abbia perforati con uno spago per incartare formaggio e olive per i suoi clienti...(2)».

Il canto del pane

Per fortuna, parte di questa «poesia rurale», cioè Il canto del pane, sopravvisse (la sua dichiarata intenzione – prima della tragedia – era quella di raccontare il «pane sacro», attraverso la storia del grano: dalla semina al raccolto, fino al forno che lo trasforma in cibo). Ritrovato in modo rocambolesco dopo la fine della guerra, fu pubblicato postumo: è un’opera di altissima poesia, che segna il momento più alto di una reciproca fruttuosa influenza fra Oriente e Occidente, che si intreccia e si esalta magicamente nei versi cristallini di questo poemetto incompiuto. Echi di Leopardi e Manzoni e dei poeti decadenti europei, la fede dei suoi padri ritrovata e le atmosfere dei suoi anni di collegio a Venezia raggiungono un punto di fusione allucinata e serena che fa ben comprendere di quale tragica ampiezza sia stata la distruzione operata dal genocidio, non solo eliminando gli armeni dalla terra natale, ma bloccando lo sviluppo della loro cultura e di quell’effimero «rinascimento» che prometteva la fioritura di ingegni e di creatività degli anni fra il 1900 e il 1915. Il futuro della nazione armena che sognava Varujan è stato compromesso per sempre, e noi siamo qui dopo tanti anni a cercare di analizzarne le conseguenze.
Gli armeni sono sempre stati, lungo i secoli, un popolo-ponte fra Oriente e Occidente, una caratteristica che li ha connotati dall’antichità, fino al rapporto privilegiato con la Repubblica di Venezia e all’opera straordinaria di modernizzazione dell’antica cultura, operata proprio nella loro sede nell’isola di san Lazzaro a Venezia dall’abate Mechitar e dai suoi seguaci dell’ordine mechitarista fra Settecento e Ottocento. Non stupisce dunque che molte delle voci più vivaci e aperte di quegli anni di inizio Novecento fossero imbevute di cultura occidentale, trasmessa loro dalle numerosissime scuole aperte in tutta l’Anatolia, e che quasi tutti i giovani intellettuali passassero anni all’estero, per studiare e lavorare.
Fra i primi uccisi, oltre a Varujan, furono i poeti Siamantò e Rupen Sevag. Erano quasi coetanei: Siamantò, dalla vena lirica fiammeggiante e nostalgica, imbevuto di un romantico amor di patria; Sevag, laureato in medicina, oltre a molte poesie autore di una serie di toccanti racconti, aveva sposato una ragazza tedesca che tentò in tutti i modi di convincerlo a restare a Losanna. Eppure anche lui ritornò in patria, come Varujan, come il mechitarista padre Garabed der Sahaghian e tanti altri giovani intellettuali, attirati dalla speranza che la situazione sarebbe cambiata, fiduciosi nella nuova democrazia turca. La particolare importanza della deportazione e dell’annientamento dell’élite armena della capitale risiede proprio nel fatto che essi furono conseguenza di un abilissimo inganno, di cui oggi sono state rivelate le circostanze e i segreti accordi che lo precedettero. Ma loro erano giovani, idealisti, ingenui e forse un po’ troppo sicuri di sé e della forza luminosa del progresso...
Eppure a me sembra quasi più importante ascoltarli, leggere le loro parole, i loro pensieri, che conoscere le loro storie, che infine purtroppo si somigliano tutte. Sono storie di illusioni e di tradimenti subiti, di un amore fervido e altruistico per la propria cultura e per il proprio popolo, ma anche della pietà per gli oppressi e della generosa sensibilità verso la liberazione dei miseri.

La Grande Armenia

Si sente nei loro versi l’eco di una tradizione forte, la nostalgia per la Grande Armenia delle cattedrali e dei monasteri medievali, con i suoi leggendari manoscritti miniati, i grandi castelli, gli arcieri e le belle dame sans merci, e la meravigliosa capitale sulla via della seta, Ani «dalle 1001 chiese»; e anche il bizzarro – a volte – ma fruttuoso intreccio fra la tradizione del poetare d’amore orientale, specialmente persiano, i vividi, carnali, pittoreschi canti degli ashug (trovatori armeni) come Sayat-Nova, e un’avida lettura della poesia occidentale dell’Ottocento – specialmente francese – da Victor Hugo a Carducci, da Leconte de Lisle a Hérédia, da Verlaine a Baudelaire.
È poi nella prosa, nei racconti (forma narrativa molto più adatta alla misura della fantasia orientale che la struttura romanzesca, che riesce spesso ostica agli autori e diventa frammentata e ripetitiva, senza un vero sviluppo dei personaggi) che troviamo recepita la lezione della letteratura naturalista francese, soprattutto Zola e i fratelli Goncourt, adattata con crudo realismo alla descrizione della disperazione crescente del popolo contadino armeno delle province orientali e dei suoi figli più giovani, emigrati per bisogno a cercar fortuna nella capitale, maltrattati e disprezzati, che vivono in una miseria paurosa e senza più speranza. Il giovedì grasso nei caravanserragli di Hrant, per esempio, nella sua spoglia crudezza ricorda da vicino lo stile e la forza della famosa inchiesta di Matilde Serao, Il ventre di Napoli.
Fra questi narratori troviamo anche scrittori della generazione precedente, in teoria più saggi e più esperti della vita, che furono però anch’essi travolti dalla furia del massacro, come Krikor Zohrab, figura eminente di avvocato e parlamentare. Con quieta ironia e grande capacità di osservazione, Zohrab costruisce piccoli mondi di provincia e di città, che incantano sia per la vivida forza descrittiva sia per gli inconsueti panorami che ci rivelano. Un esempio è il racconto Geiran, la storia asciutta e perfetta di due, anzi tre, realtà che si incrociano: il giovane avvocato di Costantinopoli, i due contendenti (il feroce bandito e il poliziotto), che si sono giurati odio eterno ma sono amici d’infanzia, e provengono entrambi dal Daghestan, e l’ambiente di provincia della piccola città dove si tiene il processo. Forse egli non pensava che sarebbero arrivati a uccidere anche lui; ma del destino che incombeva sul suo popolo era lucidamente consapevole. E così si esprimeva a guerra appena iniziata, come testimonia Yervant Odian, un altro dei pochi sopravvissuti – attraverso una inimmaginabile odissea – all’arresto del 24 aprile: «Non avevo mai visto Zohrab così pessimista: «Viviamo in tempi terribili. Questi turchi sono totalmente cambiati, specialmente nei nostri confronti – mi disse un giorno – [...] Ho paura che ci massacreranno tutti. Questa guerra generale dà loro un’opportunità che non si lasceranno sfuggire» (3).

Antonia Arslan


1 Mikayel Shamdandjian, Recollection from Chankiri, in Rita Soulahian Kuyumjian, Teotig: Biography, Gomidas Institute and Tekeyan Cultural Association, London 2010, p. 216.
2 Aram Andonian, Exile Trauma and Death on the Road to Chankiri with Komitas Vartabed, Gomidas Institute and Tekeyan Cultural Association, London 2010, p. 29 (corsivo nel testo).
3 Yervant Odian, Accursed Years: my Exile and Return from Der Zor, 1914-1919, Gomidas Institute, London 2009, pp. 8-9. Le traduzioni di questi brani sono mie.

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