Il Corriere Gossipato

Riviste & Riviste

17/07/2017

Se un quotidiano ospita una martellante pubblicità alle proprie consociate e controllate, se un editore cede alla tentazione della pubblicità autoreferenziale così come farebbe un orso davanti a un vaso di miele, i tempi si fanno grami per l’informazione. Dalla combinazione fra Mondadori e Rizzoli nasce una casa editrice che controlla circa il 40% del mercato editoriale. Urbano Cairo è l’attuale presidente e amministratore delegato di Rcs, non è un caso, quindi, se nell’edizione dell’11 maggio, a pagina 8, il Corriere della Sera dedica un’ampia finestra allo scopo di pubblicizzare il numero in edicola di Oggi (di cui si riproduce la copertina, casomai esistessero dubbi). Col titolo «Di Maio racconta: con Silvia è amore vero». Al nuovo patron del quotidiano di via Solferino non interessa sapere se i lettori sappiano o meno chi sono i surriferiti Di Maio e Silvia. Neppure è un caso se, sullo stesso giornale, un servizio di taglio basso su quattro colonne è per intero dedicato ad Alfonso Signorini (non Telemaco, signora mia, non il pittore fiorentino) nel suo inedito ruolo di regista lirico. Con Turandot «realizzo un sogno», afferma l’intrepido direttore di Chi («Non ho paura, so di poterlo fare»). Sul podio sarà Alberto Veronesi, indubbiamente figlio del grande oncologo Umberto ma non scevro di dubbi come direttore.
Così la Fondazione Prada acquista intere pagine di pubblicità per ricevere, in cambio, ampie coperture di cronaca sui settimanali e mensili del gruppo, Io donna e Style. L’editorialista Massimo Gramellini, strappato alla concorrenza de La Stampa (dove lo sostituisce Mattia Feltri) e nominato vicedirettore ad personam, ora firma la sua rubrica quotidiana denominata «Il caffè» sul Corriere. La si legge in prima pagina. Qualche volta il giornalista torinese, classe 1960, ci azzecca. Altre volte assai meno. Come quando, nel suo elzeviro del 16 maggio scorso, egli prende le parti di un Sikh sostenendo che, testuale, «l’ospite di una democrazia non ha l’obbligo di conformarsi ai suoi valori, ma di rispettarne le leggi». I valori e le leggi «non sono la stessa cosa», d’accordo. Ma nel troppo difendere l’osservanza cieca delle seconde dimenticando il peso dei primi si rischia assai. Gramellini conclude che «non è la mancata osservazione dei nostri costumi [forse voleva dire osservanza, ma si capisce che nella foga uno si impappina] ma il mancato rispetto delle nostre leggi» a fare danni. Se questo è il suo pensiero, ci stupiamo che Gramellini non sia ancora emigrato in Inghilterra, dove invece valori e leggi combaciano alla perfezione, facendosene garanti la common law e l’habeas corpus, risalente al XII secolo. Mentre in Germania è da tempo aperto il dibattito sul perché l’integrazione della cospicua comunità turca abbia fallito il suo compito e mentre a Berlino si discute, caro Gramellini, proprio sulla condivisione (mancata) dei valori, non su quella delle leggi, da noi la perversione del politically correct emenda i canti natalizi, purga le aule scolastiche dai crocifissi, impone un ecumenismo forzoso che, anziché salvaguardare, sacrifica i nostri valori (non le nostre leggi).
Cairo possiede La7, ecco perciò un altro scoop strillato in un pezzo di spalla nella pagina degli spettacoli del 12 maggio: «Nuovo direttore per La7». Seguono il nome e il cognome del diretto interessato (che ci risparmiamo la fatica di riportare). Il Corriere funge poi da cassa di risonanza per le sterili accuse rivolte dall’ex direttore de Bortoli alla ministra Boschi (due pagine intere, edizione dell’11 maggio) e per il caso Consip, che vede indagato il padre di Matteo Renzi (la satira antirenziana di Crozza è praticamente di casa su La7).
Si osservi, stiamo parlando di prese di posizione in sé non scorrette, e non tutte a senso unico, ma tutte e invariabilmente tese a formare un contropotere editoriale in grado di condizionare, in futuro se non oggi, il libero operato di un governo e dei suoi ministri. L’impero di Urbano Cairo va molto assomigliando a quello da favola del grande William Randolph Hearst.

Spettegolamenti & finte «news»

Un altro parto creato ad arte da questo (bravo) imprenditore piemontese cresciuto e allevato a Milano, uomo dal basso profilo, cattolico praticante, tifoso e proprietario del Torino, descritto come «paziente e silenzioso», sempre lontano dal gossip (il che non gli impedisce tuttavia di incoraggiare quest’ultimo, di cui si nutrono i suoi periodici), è la nuova conduzione di Sette, il settimanale del giovedì del Corriere affidato a Beppe Severgnini. Singolare la lettura che ne fa Il Foglio (18 febbraio 2017): «L’immenso Severgnini, da stalker qual è, mette nel sacco Urbano Cairo e si fa dare la direzione di Sette». Se è vero che Cairo aveva giurato di «rivoltare il Corriere come un calzino» (lo riferisce l’amica Januaria Piromallo Capece Piscicelli di Montebello dei duchi di Capracotta, reginetta incontrastata del dropping names), l’imprenditore ha mantenuto in pieno la promessa (leggendo il Corriere della Sera con occhio men che critico, emerge subito una serie di indizi: essi depongono a favore dell’avvenuto mutamento, in piccola parte opportuno e da molte parti auspicato, ma in gran parte inquietante).
Sette ha perduto in smalto ciò che ha guadagnato in gossiping, spettegolamenti e finte news, immagini sui protagonisti della vita mondana, discorsi da bar dello stadio sul «perché si diventa juventini» (pensate, a questo grave problema è dedicata la copertina a tutto campo del numero del 4 maggio scorso, il secondo della nuova serie), spaziando dalle starlette ai calciatori, dalla famiglia reale inglese agli attori di Hollywood. Il neodirettore si augura che il suo lettore pensi outside the box, a disorganizzare il pensiero e la vita e a «scovare soluzioni non convenzionali» ai problemi (e questo sarebbe una bella cosa, peccato che i problemi siano quelli imposti dall’agenda di Severgnini). Il tifo calcistico: «Argomento fascinoso, che ne comprende altri» (B. Severgnini, «Il mestiere del giornalista», Sette, 4 maggio 2017, p. 11). Quale che esso sia, il fascino emanato da una partita di calcio non è condiviso da tutti, per fortuna, ma lo è sicuramente dagli hooligans che regolarmente devastano il centro delle città ospiti, anche se Severgnini (che è un honourable man, non abbiamo dubbi) non è fra costoro. Egli la pensa in modo opposto a noi, ecco tutto. Per esempio, in merito all’asserita necessità di imparare l’inglese (meglio di Severgnini potrebbe fare unicamente un agente della Cia infiltrato, il cui compito sia quello di imporre alle nuove colonie d’oltreoceano i costumi e la parlata anglo-americani senza troppo farsi notare). Da anni egli firma sul Corriere la rubrica Italians nella quale Severgnini, bianco ciuffo e grugno simpatico, ci informa di stare scrivendo il suo reportage dai luoghi più esotici del mondo, sempre con un tocco impalpabile (questa è vera classe, signora mia: il fare e dire le cose senza calcare troppo la mano!) di delicato snobismo. Come a dire: sono in vacanza a vostre spese, «imparate l’inglese o sarete esclusi» (ivi, p. 13), mentre se lo farete viaggerete come faccio io.
In ogni numero di Sette fanno una discreta figura le dodici tavole a colori di Stefano Disegni, mentre a Gian Antonio Stella, editorialista di spicco del Corriere, spetta il ruolo, per una volta subordinato, di commentatore calcistico.

Carlo Alessandro Landini



Creato da Paolo Pietroni (che ne è stato anche il primo direttore), il primo numero di Sette è apparso il 12 settembre 1987; dal 18 maggio 2012 è uscito in allegato al Corriere della Sera il venerdì (adesso, come prima di allora, esce il giovedì). Negli altri giorni può essere acquistato anche singolarmente con un sovrapprezzo di e 0,50 sul prezzo del quotidiano.

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