«Un po' di silenzio per favore»

Editoriale «Studi cattolici» di settembre

14/09/2017

A proposito dell’editoriale del numero scorso, in cui venivano stigmatizzate le derive dell’informazione giornalistica, tra fake-news e post-verità, il lettore Giovanni De Meo ha scritto invitando a esaminare l’offerta dei programmi radiofonici:
«Ascolto Rai Radio 1 e, quasi a tutte le ore, si sente M.C.S.P. (cioè Musica, Canzoni, Sport, Pubblicità). Non manca qualche voce sulla realtà dei vari, veri problemi della società attuale italiana e internazionale, ma si perde tra i suoni e, in definitiva, quasi ci obbliga a subire balle e bolle.
«Naturalmente Lei, come ogni persona di buonsenso, mi può dire (forse lo sta già pensando): “… E tu spegni, e stai tranquillo!”. Ma il fatto è che certe bolle con valori-trasmissioni infettano l’ambiente, assopiscono gli ascoltatori. È bella la musica, ma si ha bisogno di sapere, conoscere, apprendere molte altre cose e quindi dosare il prodotto; diversamente diventiamo dipendenti, fragili, ignoranti, e rimorchiati dove vogliono Rai e compagni. Non dovrebbe la Rai offrire spazi anche per altri e alti obiettivi culturali? Le nuove generazioni come si dispongono difronte alle esigenze dell’odierna vita reale?».
Il lettore ha perfettamente ragione e la sua denuncia riguarda non solo la Rai, ma l’emittenza radiofonica in generale. Anzi, attualmente la Rai è surclassata da altre emittenti, ancor più M.C.S.P. della Rai, per riprendere l’acronimo del lettore. I dati del 2016, riportati dal bel libro di Vittorio Meloni, Il crepuscolo dei media (Editori Laterza), informano che la sola Rtl 102.5, con i suoi quasi 7 milioni di ascoltatori, eguaglia la somma di ascoltatori di Radio Rai 1 e Radio Rai 2, ormai relegate rispettivamente in sesta e settima posizione. Rai Radio 3 lotta per rimanere nella prima quindicina.
Insomma, viviamo immersi in un universo sonoro che si sovrappone ai pensieri e li ottunde. E, il più delle volte, non si tratta di musica, ma di immondizia sonora. Entriamo in un grande magazzino, e c’è musica; negli ascensori, c’è un jingle, e se non c’è musica dall’esterno, ciascuno si coltiva la propria musica negli auricolari (lo confesso: anch’io in metropolitana ascolto la Callas in cuffia, ma non tutti i giorni). Perfino nelle chiese è invalsa la pessima abitudine di diffondere musica quando non ci sono celebrazioni: musica più o meno sacra, Mozart, Haydn, perfino canto gregoriano, ma pur sempre onde sonore. Uno entra in chiesa per adorare il Santissimo, per pregare, e deve lottare contro la distrazione musicale. Di questo passo, sui portoni delle chiese, oltre all’invito a spegnere il cellulare, fra un po’ troveremo il cartello «Vietato pregare».
Il lettore ha posto due ordini di quesiti. Il primo riguarda la programmazione radiofonica. Certo, la cosa più facile è trasmettere musica (pagando, si spera, i diritti alla Siae), e bisogna riconoscere che ci sono anche programmi culturali o informativi, ma come sintonizzarsi? Se sono a ora fissa, come i radiogiornali, basta guardare l’orologio; altrimenti bisogna essere radioascoltatori abituali che sanno che quel determinato programma va in onda il tal giorno alla tal ora. Altrimenti, tutto viene affidato all’ascolto casuale. Se il palinsesto radiofonico non fosse solo M.C.S.P., sarebbe più facile, passando da un canale all’altro, trovare qualcosa di diverso e più interessante. Ma non possiamo farci niente, se non appellarci al buon cuore, all’intelligenza e al senso di responsabilità dei programmatori radiofonici.
L’altro tema sollevato dal lettore è il rischio di diventare «dipendenti, fragili, ignoranti, e rimorchiati». La cosa è seria, e non riguarda soltanto i millennial: tutti noi che, in diversa misura, abbiamo a che fare con strumenti elettronici (e la radio è solo il primo gradino), abbiamo una sempre più grave difficoltà a concentrarci. Ci mettiamo a leggere, ma dopo poche pagine (poche righe, talvolta), scatta l’impazienza. Se poi abbiamo in mano un e-book, il clic per passar oltre è una tentazione troppo ravvicinata.
Che fare? Innanzitutto convincerci che è indispensabile non rinunciare a pensare, e poi persuaderci che, per pensare, è necessario il silenzio. Non illudiamoci che una musica o musichetta di fondo faciliti quello che stiamo facendo, fosse pure un’occupazione leggera: è pur sempre un modo di tener occupata una sezione del nostro cervello, quindi non possiamo essere concentrati. Il multitasking – il fare più cose contemporaneamente – è il metodo più sicuro per non farne bene nessuna.
Occorre trovare, nelle nostre giornate, salutari soste di silenzio. Non un silenzio vuoto, ma per concentrarci nella cosa che abbiamo deciso di fare, magari anche ascoltare musica, ma «quella» musica da noi scelta. Intanto, per capire e approfondire, anche liturgicamente, consiglio la lettura dello splendido libro del cardinale Robert Sarah, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore (Edizioni Cantagalli).

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