La conversione di Della Volpe: la testimonianza di suor Monica

Dal nuovo numero di «Studi cattolici» - settembre 2017

19/09/2017

Lo spirito critico del filosofo Galvano della Volpe (1895-1968) lo ha condotto a una serie di profonde «auto-revisioni», dal fascismo a un marxismo «eterodosso», declinato come scienza storico-sperimentale, sino a una certa valorizzazione del cristianesimo. Tuttavia, nessuno si sarebbe immaginato l’ultima «auto-revisione», al termine della sua vita, confermata dalla testimonianza della nipote di della Volpe, suor Monica: alla fine non ci sono più né Marx né Engels, ma l’unica cosa che conta è Cristo.

Galvano della Volpe era mio zio, il maggiore di sei figli maschi di Lorenzo della Volpe e di Emilia Scali.
Non ho conosciuto nonno Lorenzo, morto improvvisamente di un incidente cerebrale, ma secondo i racconti dei miei genitori lo conosco come un uomo dall’intelligenza brillante, spirito illuminista, ironico, tratto passato in tutti i suoi figli.
Credo fosse chimico, faceva il nobiluomo spiantato (avendo suo padre, come si diceva in famiglia, «mangiato il patrimonio con cavalli e ballerine», ma la madre, nostra bisavola, non era da meno, con gioielli e cicisbei) e l’inventore. Alcune delle invenzioni erano valide, ma queste gli venivano puntualmente sottratte da qualche socio disonesto. Aveva sposato Emilia Scali per l’eredità, che era ben presto stata consumata. C’era stata qualche altra eredità, non so bene da chi; ogni volta che le risorse arrivavano si cambiava casa e si ricominciava con salotti e inviti. Quando le risorse finivano si ripiegava su modesti alloggi, seguiti solo dalla fedele tata dei sei ragazzi, Elvira. La sposa di Lorenzo, Emilia era una donna di sincera fede e devozione cristiana, ma del tutto inadeguata ad affrontare una vita povera, alla quale era impreparata, e una famiglia tutta di maschi. Non sapeva come portare una casa, ma nemmeno come abbigliare sé stessa senza l’aiuto della cameriera; e spesso l’angina pectoris e il letto erano per lei l’unico rifugio. Soffriva nel vedere i figli crescere secondo la mentalità paterna, irriverente per le cose sante; ma la sua pedagogia delle mancette per convincerli ad andare a Messa, era inefficace quanto i buoni direttori spirituali che cercava di procurare loro e che venivano apertamente irrisi.
A un certo punto Lorenzo aveva potuto comperare una farmacia in posizione centrale a Bologna, un vero affare, e proposto ai figli allora in età di studiare farmacia. Ma la risposta fu: «Noi non vogliamo fare i bottegai» e la farmacia fu venduta.
Certamente Galvano, il maggiore, aveva conosciuti i tempi migliori, che mio padre Gastone, l’ultimo, non aveva visti mai. Mio padre aveva una venerazione per questo fratello grande, professore e giovane filosofo, che ricordava seduto al caffè Zanarini circondato da un nugolo di discepoli.
Mia madre, che amava sinceramente e filialmente la suocera e aveva rispettato il suocero, detestava fortemente lo zio Galvano, che riteneva l’unico colpevole della «conversione» di mio padre «alla fede marxista», come a volte si diceva. Aveva sposato un cristiano e si era ritrovato un marito sinceramente convinto di questa perniciosa ideologia, e non poteva perdonare il cognato di questo fatto che segnò sempre il loro matrimonio e la pace famigliare. In casa dunque si parlava ben poco di zio Galvano. C’era qualche libro, è vero, ma nessuno di noi li leggeva; io provai una volta ma desistetti subito, dato il linguaggio filosofico molto ermetico, che ho sentito ricordare anche da esperti come una sua caratteristica.
Lo zio, per problemi ideologici e politici, era stato relegato all’Università di Messina, dove rimase sempre; con la famiglia si era trasferito a Roma, a Bologna non veniva mai, dunque non ci si frequentava e io non lo conoscevo. Veniva invece a trovarci tutti gli anni sua moglie, la zia Adriana. Era una donna buona e cordiale, di sinceri sentimenti cristiani, anche se imbevuta della fatuità dell’ambiente aristocratico che frequentavano – di cui a casa mia non v’era traccia. Da lei ho sentito alcune battute su mio zio, frecciate che riceveva dalle nobildonne nei salotti e che riguardavano il comportamento frivolo o libertino di suo marito; frasi che non meritano di essere ricordate.
Fra l’ammirata devozione di mio padre e la bassa stima delle donne di famiglia, la mia opinione sullo zio genio era dunque abbastanza confusa.
Dopo la maturità feci un viaggio a Roma, e mi recai a visitare gli zii. Vivevano separati, in due appartamenti non distanti, perché la zia non sopportava più le frequentazioni intellettuali e troppo originali di suo marito. Mi disse che l’amico più affezionato – a lei molto antipatico – era Pierpaolo Pasolini, che lo zio prendeva in giro chiamandolo «misticone» per i suoi interessi religiosi, ma la cui compagnia apprezzava. Lo zio mi invitò cortesemente a pranzo, noi due soli, e facemmo conoscenza; mi interrogò su ciò che aveva sentito, cioè che avevo «profonde convinzioni religiose». Alla mia conferma, mi disse che era un «sentimento rispettabile» e cambiammo argomento.
Trascorsi alcuni anni, mi recai nuovamente a Roma, questa volta per congedarmi da questi parenti che così poco conoscevo, essendo in procinto di entrare in monastero.
Lo zio era gravemente ammalato, mi ricevette a letto. Dopo i primi convenevoli, mi disse che desiderava completare il capitolo di un libro che stava scrivendo, e mi chiese se poteva dettarmelo. Acconsentii volentieri. Era molto affaticato, mi dettò poche frasi non ben connesse, ma quale fu la mia sorpresa quando dettò chiaramente: «Alla fine non c’è più né Marx né Engels, ma solo Gesù Cristo!». Era ciò a cui voleva arrivare.
Ci fu un silenzio, poi mi chiese: «Quanto ho dettato, saranno tre o quattro pagine?». «No zio, meno di una pagina». Seguì un altro silenzio, si lamentava un poco, disse: «Sono come Cristo in Croce». Zia Adriana poi mi confermò di averlo sentito altre volte. Era troppo stanco, l’incontro era finito. La morte sopraggiunse dopo non molto tempo.
Ho sempre ritenuto provvidenziale questo incontro.

Sr. Monica della Volpe, Ocso
16 giugno 2017

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