«Via col Vento», ottant'anni fa

Dal nuovo numero di «Studi cattolici» - settembre 2017

28/09/2017

Margaret Mitchell era una giovane americana che possedeva un intelletto vivace e la consapevolezza del proprio spirito appena sbocciato, pregno dei primi ideali femministi ereditati dalla madre. Nutriva un’innata passione per i balli e per le feste che si consumavano nei ritmi jazz delle tenere notti di Atlanta; portava capelli corti, gonne corte, e capitava spesso che facesse mostra di comportamenti poco adatti a una vera ragazza del Sud. Aveva la testa dura, un’indole esuberante e fiera, ed era una di quelle che, secondo i preti, «sarebbero finite impiccate o all’inferno prima dei trent’anni». Eppure non offrì la gola al cappio, né respirò i mefitici miasmi della condanna eterna; prima dei trent’anni, in un’epoca in cui alle donne erano serrate anche le porte delle redazioni giornalistiche, Margaret Mitchell divenne un’apprezzata cronista dell’Atlanta Journal Sunday Magazine, ma, soprattutto, scrisse un grande romanzo che fu subito amato dai lettori di tutto il mondo e che le regalò una fama improvvisa e assolutamente inattesa. Il suo Gone wiht the Wind divenne ben presto un caso editoriale senza precedenti: pubblicato dalla Macmillan il 30 giugno del 1936, nei primi sei mesi raggiunse il milione di copie vendute, rimase al primo posto nella classifica dei best seller per quasi due anni e nel maggio del 1937 vinse il Premio Pulitzer.
In Italia Via col Vento (titolo semplice e fedele all’originale, efficace per richiamare l’idea del vecchio mondo del Sud travolto e soffiato via dalla Guerra Civile) uscì ottant’anni fa, nel dicembre del 1937, per la collana Omnibus della Mondadori, tradotto da Ada Salvatore e da Enrico Piceni. Quello che Goffredo Parise definì «una specie di Guerra e pace o meglio Gattopardo, ma americano» era un monumentale romanzo di cui soltanto il secondo marito, John Marsh, e alcuni amici intimi della Mitchell conoscevano l’esistenza; centinaia e centinaia di pagine che avrebbero continuato a essere muta testimonianza del suo talento creativo se non fosse stato per l’incontro nel 1935 con Harold Latham, direttore letterario della Macmillan, che vinse la sua ritrosia e la convinse a fargli leggere il manoscritto.

Le origini

Il riposo forzato tra le mura domestiche per un problema a una caviglia e un appassionato interesse per la storia del suo Paese che aveva messo in lei radici sin dall’infanzia (a cinque anni le saghe dei suoi antenati, i racconti dell’epopea georgiana e gli orrori delle battaglie le erano familiari quanto agli altri bambini Le avventure di Huckleberry Finn), erano stati per la Mitchell elementi fondamentali alla stesura del romanzo che era stata alquanto faticosa e aveva richiesto tre anni di intenso lavoro, dal 1926 al 1929, tra ricerche storiche meticolose, numerose modifiche e svariati tagli alle diverse versioni (pare che avesse riscritto per ben sedici volte il primo capitolo).
I raggi primaverili del caldo sole della Georgia animano all’inizio della narrazione l’adolescenza inconsapevole e spensierata di Rossella O’Hara: è la vigilia della Guerra Civile americana, di quell’atroce conflitto che vide scontrarsi gli Stati del Nord e quelli del Sud, e che segnò la storia della ormai celebre protagonista del libro insieme a quella di un intero popolo, mutandone profondamente la vita, l’anima e l’identità. Lo scoppio della guerra pose fine, infatti, all’idillio in cui viveva il Sud e fece crollare fin dalle fondamenta la casa dei Dixie, la società americana basata sullo schiavismo, grazie al quale i grandi proprietari terrieri avevano costruito la loro immensa ricchezza.

Un romanzo storico-politico

Nonostante l’enorme favore del pubblico e dei recensori, Gone wiht the Wind non sfuggì alla lama del biasimo di certi autorevoli studiosi, tra cui Malcolm Cowley, che lo ritennero «un prodotto nostalgico e strappalacrime della letteratura di massa». Eppure quella narrata dalla Mitchell non è soltanto la semplice storia d’amore tra Rossella O’Hara e Rhett Butler: Via col vento è romanzo storico e politico, ma anche romanzo psicologico e di formazione; descrive il declino e il tramonto di una società nobile e cavalleresca, intende persuadere il lettore che il Sud non è «il luogo violento e barbaro descritto nei romanzi di tradizione nordi­sta come La capanna dello zio Tom», ma il Paese di un popolo aristocratico ed elegante, un mondo fatto di ville sfarzose, di ricevimenti e di balli, legato ai ritmi calmi della campagna e a uno stile di vita edonistico, molto diverso da quello degli Stati del Nord, già allora vittima della vorace smania industriale. È vivido racconto di schiavitù e di quel legame che univa in quell’epoca i servi ai padroni; un legame fatto di fedeltà e di obbedienza, ma anche di famigliarità e di un affetto tale da renderli sempre partecipi delle gioie e dei dolori di questi ultimi, nei confronti dei quali nutrivano grande riconoscenza e per i quali avrebbero dato fino all’ultima goccia del proprio sangue. È racconto di libertà conquistata e paradossalmente forse non sempre desiderata; molte volte gli schiavi erano smarriti di fronte alla nuova situazione e sentivano il bisogno di qualcuno che li guidasse e si prendesse ancora cura di loro.
Ma è anche racconto di razzismo e di violenza. In uno scenario fatto di fertili campi sconvolti dall’incrociarsi delle baionette, fatto di case incendiate e depredate, di polvere rossa sollevata dalle sfibranti marce dei confederati, di bestiame rubato, di uomini trascinati in prigione e di donne e bambini terrorizzati, Rossella O’Hara soffre la fame e gli stenti della povertà, ma mai si arrende, mai cede alla prepotenza degli avvenimenti. La sua forza d’animo la porta, pur di sopravvivere, a imbrogliare, a rubare il marito alla sorella (senza amarlo), a fare commercio e a trattare con negri e operai, perfino a uccidere un soldato nordista.
Nel suo petto arde un amore sconfinato per A­tlanta, per la Georgia e per Tara, la sua terra, che diviene eterno conforto al suo spirito turbato, quella stessa terra vermiglia delle piantagioni di cotone dai cui solchi sabbiosi e infuocati derivava la ricchezza e l’arroganza del popolo del Sud. E così come Rossella si rialza, mai veramente sconfitta dalla fame e dalla miseria, così rinasce Atlanta e tutta la Georgia dopo la distruzione della guerra.
Nello stesso tempo Rossella trascorre lunghi anni a desiderare e amare senza alcun rimorso di coscienza un uomo sposato a un’altra donna, un uomo che non può avere; soltanto nelle ultime pagine del romanzo si rende conto di non aver mai veramente amato Ashley Wilkes, tanto diverso da lei, malinconico, incapace di lottare, amante dei libri e della poesia, solo timidamente interessato a tutto ciò che invece appassiona qualsiasi altro gentiluomo del Sud. Capisce di aver piuttosto amato con morbosa ostinazione quell’immagine che di lui si era creata, forse per quello spietato principio per cui l’essere umano è portato spesso a desiderare le rose che non può cogliere e tutto ciò che vede irrealizzabile.
Soltanto dopo la morte di Melania, nel momento in cui viene finalmente a mancare l’unico ostacolo alla conquista del cuore di Ashley, si rende conto di essere sempre stata innamorata di Rhett, che tanto le assomiglia: come lei forte e senza scrupoli, insolente e animato da un’indole passionale, capace di vedere la verità senza alcun velo idealistico che la addolcisca, come lei profondamente egoista e rinnegato dalla società.
La guerra civile e la vittoria del Nord segnano come un’ordalia la crescita della protagonista, il passaggio dalla sua giovinezza all’età adulta. Rossella O’Hara è una donna intelligente, coraggiosa, sicura del proprio fascino, tenace e risoluta, ma anche volubile, vanitosa e superficiale; possiede occhi «caparbi», «avidi di vita» e «indipendenti da qualsivoglia convenevole contegno»; sa come lusingare gli uomini per farli cadere nelle maglie della propria grazia, se ne infischia delle chiacchiere della gente pur di raggiungere i propri obiettivi («Purché si abbia coraggio... e denaro, si può fare a meno della reputazione») e ride dei pregiudizi di un mondo ormai sparito.

Margaret & Rossella

Il personaggio di Rossella O’Hara rispecchia sicuramente una buona parte del carattere di Margaret Mitchell, che già da bambina dimostrava fierezza, spirito di indipendenza, e desiderio di esprimere pienamente sé stessa, senza essere prigioniera di quelle convenzioni che da sempre decidevano lo stile di vita di una donna; aveva in mente un futuro certamente non ordinario, ma pieno di emozioni che inebriassero il suo animo. Dopo essersi diplomata, Peggy (soprannome con il quale la chiamavano i famigliari e gli amici) si iscrisse allo Smith College di Northampton dove iniziò gli studi di medicina: una volta ottenuta la laurea avrebbe voluto andare a Vienna, diventare una psicanalista allieva di Freud e ritornare ad A­tlanta per aprire un suo studio. Tuttavia, la morte della madre pose improvvisamente un freno ai suoi progetti, poiché fu costretta ad abbandonare la facoltà per occuparsi del padre e del fratello.
La via di fuga più veloce dalle acque stagnanti della quotidianità famigliare, avvelenate dall’odiosa tirannia del padre e dall’ambiente moralista di Atlanta, le parve essere il matrimonio con Red Upshaw, che fu però annullato pochi mesi dopo, in quanto l’uomo si era rivelato dispotico ancor più del padre, violento e senza scrupoli, e l’aveva umiliata non soltanto con le parole, ma anche con percosse e molestie. Ma nemmeno in questa dolorosa circostanza Peggy si fece schiacciare dal giogo della prepotenza maschile. La scrittura divenne per lei un mezzo ancor più forte per affermare sé stessa: continuò a scrivere pezzi importanti per l’Atlanta Journal Sunday Magazine consolidando la propria reputazione di giornalista e sposò in seconde nozze John Marsh.
Gone wiht the Wind, con 30 milioni di copie vendute in 42 Paesi, è entrato per sempre nel nostro immaginario collettivo di lettori (grazie anche alla famosissima trasposizione cinematografica del 1939, con le interpretazioni memorabili di Vivien Leigh e Clark Gable), ma portò alla Mitchell una gioia che durò ben poco. Una torrida sera di agosto del 1949, mentre insieme al secondo marito si era incamminata verso l’Arts Theatre di Peachtree Street, venne investita da un’auto guidata da un giovane tassista ubriaco; morì cinque giorni dopo per i gravissimi traumi riportati, a soli quarantanove anni. Fu sepolta nell’Oakland Cemetery, all’ombra dei cipressi, vicino a decine di tombe di confederati.
La si può immaginare incamminarsi ancora sui passi di Rossella O’Hara, lungo quel viale riparato dal famigliare arco dei rami dei cedri, guardare la sua casa e, fino all’orizzonte lontano, il suo Sud, mentre la calma rurale del crepuscolo attenua gli accesi colori dei campi sanguigni e scende piano sui cespugli candidi delle magnolie, sui sorrisi e gli inchini dei gentiluomini, sulle lunghe cavalcate e le corse dei cani da caccia, sui canti e le risate dei negri. Sulla sua Dixieland, «la nazione figlia del vento che soffia infinito», la terra rossa del cotone, dove i vecchi tempi non sono mai dimenticati.

Elisabetta Agnelli

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