Newsletter



Colloquio con Giuseppe Conte...

Archivio Primo Piano Bookmark and Share

Colloquio con Giuseppe Conte
Data: 27/04/2016

«A scuola da Foscolo & Sbarbaro»
Un'intervista di Alessandro Rivali a Giuseppe Conte dal n. 662 di Studi Cattolici


Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945) ha un percorso molto singolare per la 
nostra poesia: cantore dei miti e del mare, di epopee e ballate, si è tenuto lontano da alcuni dominanti della nostra letteratura come il Minimalismo o la Neoavanguardia. Con un occhio a D’Annunzio (per lo slancio vitale) e l’altro a Pascoli (per la contemplazione della natura e la ricognizione sul lutto), nella sua ricerca ha scelto per padri Lawrence, Sterne, Goethe, Foscolo e Shelley. ra i primi a notare Conte ci fu Calvino che considerò L’Oceano e il ragazzo (Bur 1983) un libro «decisivo» per il rinnovamento della poesia italiana. Per chi volesse affacciarsi oggi sull’intera opera di Conte è uscito l’Oscar Mondadori che raccoglie la sua opera in versi (Poesie - 1983-2015, pp. 400, euro 22). L’intervista che segue è un’anticipazione di un servizio che uscirà sul n. 81 di Atelier, la rivista diretta da Giuliano Ladolfi e Guido Maria Gallerani che quest’anno festeggia i 20 anni di attività. Per conoscere le iniziative che celebreranno l’anniversario, tra cui un premio letterario, c’è il sito www.atelierpoesia.it.
 


Giuseppe Conte

• Mi piacerebbe partire dai tuoi ricordi di ragazzo: quali erano i tuoi sogni? Fino a tredici anni le mie prime passioni sono state l’astronomia e la musica; poi, verso i quattordici, al Ginnasio, rimasi folgorato dalla lettura dei Classici. Poi vennero Parini, Carducci e Foscolo. Incominciai anche ad appassionarmi all’idea di poter tradurre: il mio primo esperimento è stata una traduzione  da Geoffrey Chaucer. La poesia in qualche modo nasce dalla lettura della poesia stessa, quando si cerca di entrare in un linguaggio che non è quello della vita ordinaria, ma quello che ti apre a mondi sconosciuti. La mia infanzia è stata felice e, allo stesso tempo, attraversata da dubbi e terrori. Poi, venne un’adolescenza un po’ torbida, e come fuori dalla storia, al liceo «De Amicis », una scuola di provincia. Non conoscevo nulla della letteratura contemporanea, però mi appassionai a Baudelaire e a Mallarmé. La spinta, il desiderio di scrivere poesia, mi venne leggendo I fiori del male, un libro straordinario che consiglierei ancora adesso a tutti gli adolescenti per capire meglio loro stessi.
 
Chiamato a scrivere
• Nella tua poesia hai ricordato spesso il tuo liceo… È stato l’incubazione della mia vocazione. Ricordo che, se qualcuno dei compagni diceva: «Voglio fare l’ingegnere», «Voglio fare l’avvocato », io ribadivo già allora: «Voglio fare lo scrittore», anzi usavo un’espressione ancora più pregnante: «Voglio dedicarmi alla letteratura». La mia vocazione era quella, non ho mai pensato di fare altro; in fondo, mio padre, che era un dirigente di un ufficio statale a Sanremo, era una persona molto autorevole, pensava che io avrei voluto fare il notaio o forse il diplomatico. Invece gli dissi che sarei andato a Milano a studiare Lettere. I miei non si opposero, sapevano che quella era la mia strada.

• Come fu l’impatto con Milano? Fu un salto micidiale: da un liceo di provincia mi trovai catapultato in una grande città. Fu davvero una full immersion nella contemporaneità, perché nella Statale di Milano degli Anni Sessanta si covavano le più «ferree» strutture della mentalità novecentesca. Sono rimasto parecchi anni a Milano; fu un cambiamento radicale rispetto alla Liguria: alla sera guardavo il sole che tramontava dal mio collegio a Sesto San Giovanni chiedendomi: «Ma il mare dov’è?». Chi vive in Liguria sa sempre dove finisce il sole... Fu una bella immersione nella contemporaneità, necessaria: Sesto San Giovanni era una dura città industriale e Milano offriva una prova diretta di modernità.

• Quali erano i «compagni di viaggio» di quel periodo? Non avevo compagni di viaggio che volevano essere scrittori. Arrivò il ‘68, che fu una cesura totale, praticamente per cinque anni non si poté parlare di poesia. Ricordo che tutti in Statale giravano con una spilla con il volto del presidente Mao. Erano squadristi arroganti. In quegli anni mi piacque, semmai, la controcultura californiana, che metteva in discussione certi dogmi dell’essere occidentale: la civiltà patriarcale, il rapporto con le donne, il rapporto con l’altro sesso. Mi ritrovai isolato: ho passato il ‘68 a studiare dentro la Biblioteca Sormani.

• Come nacque L’oceano e il 
ragazzo? Prima pubblicai a mie spese nel 1975 Il processo di comunicazione secondo Sade (mi costò 100mila lire) e nel 1979 L’ultimo Aprile bianco grazie alla Società di Poesia. Questo libro, in cui parlavo in maniera rivoluzionaria di natura e mito, piacque a Italo Calvino e Pietro Citati. E fu proprio Citati, che a quei tempi dirigeva la collana di poesia della Bur, a decidere la pubblicazione della nuova raccolta; fu un best seller per la poesia, poiché superò le 7mila copie.

• 
Qual è il tuo ricordo degli anni passati a Guanda come direttore della collana di poesia? Fu una sorpresa fantastica trovarmi alla direzione di quella collana. L’offerta venne da Mario Spagnol che in precedenza si era consigliato con Citati che gli aveva suggerito il mio nome insieme a quello di Valerio Magrelli. Ricordo delle riunioni «fiume» in cui si affrontavano i manoscritti che arrivavano. Cominciavamo a discutere io e Magrelli: io proponevo un libro e lui si opponeva; lui ne proponeva un altro e io mi opponevo a mia volta. Alla fine per un gentleman’s agreement io ne accettavo uno suo, e lui uno mio... Poi negli anni ho capito che il rapporto con la casa editrice non poteva continuare. Non potevo accettare di non fare libri in cui io credevo.

Un nuovo canone

 I tuoi riferimenti in poesia? Il mio canone è Foscolo. Il canone ottocentesco è lui; poi c’è D’Annunzio, mi hanno sempre dato del dannunziano, ma io sono un dannunziano a metà. Alcune cose non mi piacciono, però non si può prendere D’Annunzio e buttarlo tutto nella spazzatura come si fa oggi. Nel Novecento prediligo Sbarbaro; storicamente è più apprezzato di Montale. Io consiglio di rileggere Sbarbaro: è più internazionale nonostante la sua «ligusticità»; la Genova di cui parla è a metà fra la Parigi di Baudelaire e la Londra di Eliot. Sanguineti lo accusa di una certa «prosaicità etica». «Prosaico»? Ma se usa endecasillabi meravigliosi! Ha scritto alcune delle poesie d’amore più belle del Novecento: «La trama delle lucciole ricordi / sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?». Lo considero il più grande poeta d’amore del Novecento.

• Altri autori che rivaluteresti? Arturo Onofri, autore simbolico e magico. Continuo poi a leggere e rileggere Palazzeschi, inoltre, mi piace molto anche Lucio Piccolo, che ha scritto poesie barocche meravigliose.

La fatica della storia

• Qual è il tuo rapporto con la narrativa? Non ho mai voluto diventare romanziere nel senso professionale del termine, però ho sempre voluto raccontare delle storie che non stessero dentro la misura della poesia. Mi interessano i racconti epici, avventurosi, con personaggi e azioni, storie e destini. Amo questa narrativa e infatti il Novecento del canone maggiore (Proust, Kafka e Joyce) non fa per me... Se vogliamo parlare di eros, allora è Lawrence l’autore che mi interessa e in questa prospettiva penso che Henry Miller sia l’unico che sia riuscito a trasferire il suo sé in una dimensione di riflessione universale. Quando Calvino lesse la mia Primavera incendiatadisse che in fondo era una dichiarazione di poetica lawrenciana: un uomo che lascia l’amore per la compagna e per la madre e che va alla ricerca di un amore superiore in un abbandono alla natura su una collina dell’entroterra ligure. Non mi sembra che il romanzo italiano abbia molto a cuore il disegno di un grande progetto: di solito si presentano storie minime, individuali, psicoanalitiche e interiori.

 Il tuo dialogo con la storia nei romanzi? Il romanzo storico è una brutta bestia: ne ho scritti parecchi, ma è necessaria molta documentazione. Ho impiegato due anni per raccogliere i materiali per Il terzo ufficiale e non c’era ancora Google… Ricordo che andavo a Nantes e che giravo per le librerie antiquarie documentandomi su navi e velieri. Questo significa per me fare un romanzo.

• Qual è il tuo giudizio sul premio Nobel Derek Walcott? Non è tra i miei autori prediletti, ho conosciuto invece Miłosz: un personaggio incredibile e un grande uomo. Ci siamo incontrati a Berkeley ed è stato molto facile. Gli telefonai chiedendogli un incontro a colazione: scelse il migliore ristorante di Berkeley e venne con la moglie. Ricordo che ordinò quaglie con polenta. Abbiamo parlato del cattolicesimo, dei destini dell’Europa: è stato un incontro spiritualmente produttivo e bello. Alla fine siamo rimasti a tu per tu, lui mi prese a braccetto chiedendomi: «How do you manage?», cioè «Come te la cavi? ». E io risposi: «È dura cavarsela… ». Lui insegnava slavistica a Berkeley, aveva una bella moglie georgiana più giovane di lui, che però morì prima di lui.

Alessandro Rivali
 


Archivio Primo Piano