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Il campione Giacomo Agostini ritorna in sella. Intervista con Claudio Pollastri

Dal nuovo numero di «Studi cattolici» - novembre 2018

14/11/2018

Trento, venerdì 12 ottobre 2018. Giacomo Agostini, 76 anni, è tornato ad affrontare la salita del Bondone sulla sua mitica Morini Settebello 175 cinquantasette anni dopo il suo debutto nel mondo delle corse. Aveva 19 anni. In quella gara era arrivato secondo. L’anno dopo tagliava il traguardo per primo. Da quel successo prendeva il via una leggenda inimitabile costruita con la conquista di 15 titoli mondiali (8 con la 500, 7 con la 350), 18 nazionali, 123 vittorie in 190 gare. È l’unico pilota al mondo ad avere vinto più titoli iridati (15) che campionati corsi (13). Ma una sequenza di numeri, seppure prestigiosi, non basta a trasformare un uomo in un mito. Il segreto c’è. E non è nei motori.

Scusi, ma vedo che quel gesto prima delle corse lo fa sempre. Sempre.

Per fede o scaramanzia? Il segno della croce lo faccio per fede.

L’ha aiutata? Grazie a Dio sì, fin dalle primissime corse a Lovere.

A proposito, potrebbe chiarire una volta per tutte se lei è di Lovere o di Brescia? Sono nato all’ospedale di Brescia. Ma giovanissimo mi sono trasferito con la famiglia a Lovere.

Altra curiosità: perché sempre la tuta nera, anche oggi in questa gara celebrativa? Per tradizione. Storia personale.

Possiamo azzardare… leggenda? Piace al mio pubblico.

Oggi ha concesso al suo pubblico anche qualche scenografica «piega» lungo la salita verso il Bondone. Fa parte dello spettacolo.

Che effetto le ha fatto sentirsi acclamare come se il tempo si fosse fermato a 57 anni fa? Una grande e profonda emozione. E una certezza.

Quale? La gente ha capito che ho sempre dato il massimo. Che in gara sono sempre stato leale e onesto.

Forse la gente ha ancora bisogno di eroi. Io ho fatto la mia parte. La gente l’ha sempre capito.

Stessa tuta, stesso casco iridato ma soprattutto stessa moto di allora. La Morini Settebello 175 che adesso è di un privato, Bruno Ruozzi di Reggio Emilia.

Gliel’ha restituita con l’autografo: un bel regalone! È stato lui a regalarmi l’emozione di salire ancora sulla mia vecchia Morini.

E il rombo del motore era quello di allora? Mi sembrava di tornare a quel 19 luglio 1961.

Un diciannovenne e sconosciuto Mino cominciava a diventare SuperAgo. È stata la mia prima gara in assoluto.

Subito primo? Sono arrivato secondo.

Ma dall’anno dopo non ce n’è stato più per nessuno! Ho sempre vinto stabilendo un record che è durato per parecchi anni.

Parafrasando Baglioni possiamo dire «61 e tutto cominciava»? Mi piace Baglioni. Anche l’accostamento cronologico è esatto.

Cosa ricorda di quel giorno? Tutto.

Per esempio? Ero arrivato quassù con l’amico Vincenzo Pagnoni.

Con che mezzo? La Giulietta T di mio padre Aurelio col carrello per la moto.

Dove alloggiavate? Macché alloggio! Subito a casa dopo la gara.

E mangiare? Pane e cotolette preparate da mia nonna e l’idrolitina per preparare l’acqua minerale.

Ma la vera protagonista era la mitica Morini Settebello 175 privato. Con il bauletto per i ferri e i cerchi di serie.

Reazione degli altri meccanici? Mi dicevano sorridendo: «Ma cosa ci fai con questa moto?».

E lei? Ero pronto a tutto. Avevo 19 anni e non sapevo cosa avrei potuto fare.
[...]
Se non fosse diventato SuperAgo cosa avrebbe fatto? Avrei lavorato con mio padre.

In che settore? Nei trasporti.

Sempre motori, insomma. Chiatte e rimorchiatori sul Lago di Iseo. Ma la moto è la moto.

In gara non guardava mai indietro. Guardavo solo il traguardo per tagliarlo per primo.

Era importante vincere? Nessuno scende in pista per perdere.

Questione di fortuna o di talento? Servono entrambi.

Ma di più? Il talento.

I famosi talenti del Vangelo? Spero di averli utilizzati bene.

De Coubertin dove lo mettiamo? In tribuna, a predicare lo spirito olimpico. Ma poi in pista scendono i piloti. Per vincere.

Aveva un gesto scaramantico prima di ogni gara? Per un po’ ho indossato una maglietta gialla. Pensavo mi portasse fortuna.

E poi? Un giorno non l’ho messa e ho vinto lo stesso.

Un gesto che invece ha continuato a fare? Il segno di croce, come ha visto anche oggi.

È vero che sua madre le metteva le medagliette della Madonna di Lourdes nella tuta? Verissimo. Ma non solo.

Non solo? Mi metteva l’immaginetta di Papa Giovanni nel portafoglio.

L’ha conservata? Certamente.

Per ricordo di sua madre o per fede? Entrambi.

Anche lei è devoto a san Giovanni XXIII? Nel mio girovagare in moto passo sempre davanti alla sua casa natale a Sotto il Monte.

Gli rivolge una preghiera in quel momento? Vegliare su Papa Francesco perché continui a stare con gli ultimi.
[...]
Torniamo alle gare: sua madre a casa che pregava e suo padre sulle piste a tifare? Qualche volta sì.

A conti fatti, le preghiere di sua madre sono servite? Le preghiere servono sempre.

ll suo rapporto col rischio? Non ci pensavo. Era una sfida.
Qualcuno l’ha persa. Questione di destino.

Come Simoncelli? Se ti vengono addosso, non puoi farci niente. Era la sua ora.

Uno capisce anche quando è l’ora di smettere? Qualcosa dentro te lo fa capire.
[...]

Ha realizzato tutti i suoi sogni? Ne manca uno.

Quale? Incontrare Papa Francesco. Lui sì che è il Campionissimo di sempre.

Claudio Pollastri

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