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Quel che penso di Cesare Battisti

La riflessione di Arrigo Cavallina

23/01/2019

Cesare Battisti (Cisterna di Latina, 1954) terrorista negli anni di Piombo legato al gruppo eversivo dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) e latitante da molti anni, è stato arrestato dall'Interpol lo scorso 12 gennaio a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia). La notizia dell’arresto, e il dibattito sul suo destino carcerario, ha acceso le pagine dei media nazionali: in merito, riproponiamo la riflessione, uscita su Studi cattolici nell’aprile del 2009, di Arrigo Cavallina, uno dei fondatori dei Pac, nonché uno dei principali leader della «Dissociazione politica dal terrorismo». Cavallina, che conobbe Battisti in carcere a Udine nel 1977, ha raccontato la sua storia nella Piccola tenda d'azzurro (Ares, Milano 2005), memoir che rievoca quegli anni bui come la sua toccante conversione: una straordinaria storia di speranza e di perdono. Nelle pagine seguenti, Cavallina spiega il suo atteggiamento verso Battisti, andando oltre il caso specifico per prendere posizione sulla giustizia retributiva e sulla giustizia riparativa.

30 anni fa, nel corso di uno sciagurato 1978, la banda Pac (e già il nome associa il grottesco di proletari e comunismo alla tragedia di armati) ha compiuto reati gravissimi. E io mi porto addosso tutta la responsabilità di averla, con altri, fondata e di averne condiviso le azioni fino a quando me ne sono separato. Responsabilità riconosciuta in regolari processi, in sentenze definitive e in una pena interamente scontata. Mi verrebbe da dire: «E adesso basta, lasciate a me decidere se e quando raccontare e ragionare su quegli anni, sulle mie vicende interiori ed esterne che ne sono seguite, sulle attività che sto svolgendo».


Fantasmi

Invece ogni tanto appare un fantasma che probabilmente non ha nessuna intenzione di inseguirmi, ma ha la caratteristica di scatenare drappelli di giornalisti a parlare di me per l’ennesima volta (dicendo sempre le stesse cose, già scritte in sentenze o da me in libri e vecchie interviste) e a chiedermi sempre le stesse cose.
Questo fantasma che periodicamente riemerge dal passato si chiama Cesare Battisti.
Di suo, era un delinquente di non grande calibro. Con me ha creduto di diventare anche politico, nella banda che ha commesso quattro omicidi; e una sentenza passata in giudicato attribuisce a lui, a diverso titolo, la partecipazione a tutti e quattro, condannandolo all’ergastolo.
La nostra amicizia si è incrinata quando l’ho visto cambiare carattere e comportamenti, quasi rifugiandosi dietro a una maschera, forse per reggere ai traumi di quello che stavamo facendo, e anche per l’influsso di nuovi entrati o simpatizzanti del gruppo.
Ci siamo rivisti in carcere, per brevi periodi, tra il 1980 e il 1981, anno della sua evasione. Ho riguardato le poche frasi della mia corrispondenza in cui parlo di lui, come di un’affinità ritrovata, e le accosto al preciso ricordo di una persona come me già in netta critica e disaccordo con le scelte precedenti, costretto a convivere in un carcere speciale con altri «combattenti irriducibili», ironico nei loro riguardi e molto preoccupato di non far emergere la sua diversità per paura delle loro aggressioni. Paura che conosco bene e che ha creato anche a noi, già pubblicamente «dissociati», forti tensioni, fino a quando a Rebibbia non siamo stati separati in un’apposita «area omogenea».
Nel 1981 ho accolto con sollievo e a conferma di quanto avevo intuito la notizia che Cesare, che pure era stato fatto evadere da un gruppo di Prima Linea, non era rimasto con questi ultimi fuochi combattenti ma aveva preferito scappare all’estero.


Inseguimenti

Ricordo quante volte ho sognato anch’io di essere un latitante ricercato, sogni di angoscia insopportabile, in cui ogni gesto poteva tradirmi, ogni persona essere un agente che mi inseguiva e arrestava, tutta la vita ridotta a continua fuga e spavento. E quando mi svegliavo con il cuore impazzito in gola e vedevo la finestra con le sbarre sospiravo di sollievo, meno male, meglio questa desolata sicurezza di quell’incubo.
Stare dentro il carcere e dentro i processi era anche stare dentro le conseguenze del mio passato, assumerne interamente la responsabilità, ricostruirmi un’identità capace di risalire fino alle domande legittime alle quali ho dato risposte illegittime e devastanti, capace anche di dare un senso alla vita che mi aspettava, alla pena, alle nuove relazioni.
Voleva anche dire decidere un comportamento processuale non sul calcolo probabilistico di evitare le condanne, ma su un impegno di verità (finalmente, e liberatorio dopo tanto sgusciare), un altro modo per non sentirmi ancora come un latitante in fuga costretto a ingannare le persone che mi stavano aiutando, con fiducia, nella fatica della rielaborazione.

In Francia

Tutt’altro, mi sembra di capire, era il percorso dei rifugiati all’estero, in particolare in Francia dov’erano più numerosi. Per loro la percezione delle responsabilità sembrava attenuarsi rispetto all’esigenza primaria di non essere estradati, quindi di mostrarsi ingiustamente perseguitati da uno Stato del quale si era, e si continuava così a essere, oppositori politici. E forse a calarsi con tanta insistenza in un ruolo, si finisce per convincersene e ad assumerlo come propria identità.
Non voglio generalizzare, quando la nostra rivolta violenta è sembrata diffondersi e costituire un pericolo, la difesa istituzionale non è rimasta sempre negli argini delle garanzie democratiche. Ricordo bene il regime delle carceri speciali, gli aumenti nella custodia preventiva e nelle pene, istruttorie fabbricate nel disprezzo delle procedure, singoli episodi di indubbia tortura, di «collaboratori» imboccati e di valore probatorio attribuito loro senza riscontri, e ancora ombre inquietanti e mai dissolte su alcuni fatti gravi. Ma devo anche ammettere che, nelle molte storie processuali che conosco, attraverso i vari gradi di giudizio e il tempo trascorso e il clima complessivo meno esasperato, si è generalmente raggiunto un equilibrio o almeno una normalità negli esiti conclusivi.
Ora, la domanda apparentemente centrale che nessuna intervista mi risparmia è se Battisti ha commesso davvero quei reati. E io devo ripetere, costatando la poco professionale delusione del giornalista, che poteva ben aspettarselo, che non intendo rispondere. E spiego i motivi.
Prima di tutto, quello che potrei dire oggi sarebbe assolutamente irrilevante. C’è una sentenza passata in giudicato che stabilisce la «verità processuale», la sola che conta nella richiesta d’estradizione ed eventualmente la sola che può essere contestata nei suoi meccanismi interni di formazione, non certo attribuendo valore di nuova prova alle chiacchiere che chiunque può raccontare a un giornalista.

Dissociazione

C’è poi la scelta di dissociazione, che abbiamo sempre ribadito pubblicamente e in processo, in base alla quale tutto il nostro impegno è rivolto a evitare che vengano commessi altri reati e a ricostruire ognuno le proprie responsabilità di rilievo penale nel contesto necessario a capire perché è avvenuto quello che non avrebbe dovuto avvenire. Nessun limite, dunque, a denunciare altre persone se questo poteva servire a interrompere la preparazione o la continuazione di un reato. Ma quando il solo effetto della dichiarazione sarebbe di incidere sulla determinazione delle pene riguardanti altre persone (e, peggio, ottenendo in cambio una riduzione della pena per sé), allora lasciamo all’altro la responsabilità delle sue decisioni e delle conseguenze processuali.
Solo in quanto non marchiati dall’accusa di essere «delatori», tra gli ex compagni nel guado tra prosecuzione e abbandono della lotta armata, abbiamo potuto dare un contributo rilevante a disgregare culturalmente dal suo interno quel fenomeno che conoscevamo bene perché ne eravamo stati parte. E se per qualche tempo alcuni magistrati hanno negato dignità alla nostra scelta, considerandola alla stregua di «una furbata», la sua efficacia è stata invece riconosciuta dalla maggior parte dei giudici, dall’amministrazione penitenziaria e infine dal legislatore.
C’è un’altra ragione ancora che ci impedisce di interferire nei rapporti processuali che non ci riguardano direttamente. Consideriamo primaria l’esigenza preventiva di interrompere una pericolosità in atto, condividiamo la necessità che dall’accertata commissione di reati derivi un intervento penale anche di grande peso sui colpevoli; ma le finalità e i modi concreti di esecuzione della pena spesso non corrispondono a quanto riteniamo sia bene per la comunità offesa, per le vittime dei reati, per gli autori e per la ricostruzione di relazioni responsabilizzanti e riparative. Ci sarebbe dunque il rischio che le nostre dichiarazioni su altri imputati non producano il bene che vorremmo, ma vadano a supportare un’applicazione prevalentemente retributivo-vendicativa della pena, aggiungendo un male sterile al male fatto.


Senso della pena

Ricordo che ci siamo interrogati a lungo, consapevoli della piena legittimità e giustizia dell’intervento punitivo nei nostri confronti, sul senso di una pena che ci costringeva semplicemente a stare chiusi, a non fare nulla malgrado le nostre diverse capacità e competenze. Ci sembrava uno spreco, un impedimento addirittura a rendersi utili, a riparare. Tutte le iniziative che abbiamo comunque attuato dentro il carcere non erano pretese dalla specie di pena, ma dovute all’incontro fortunato di buone volontà del personale penitenziario locale, della comunità circostante e di noi stessi.
Tanto che, in occasione della discussione sulla legge quadro del volontariato, abbiamo proposto che, in situazione ragionevolmente accertata di non pericolosità, si potesse considerare un’attività volontaria di servizio come alternativa equivalente alla detenzione.


Latitanti

Ci siamo anche chiesti come sanare la posizione di quelle forse migliaia di latitanti all’estero, che avevano certamente chiuso con il passato. Si poteva pretendere che spontaneamente venissero a costituirsi per condividere la nostra carcerazione per tempi lunghissimi, fino all’ergastolo? Allora, con una buona dose di utopia, abbiamo suggerito che venisse loro offerta almeno una possibilità di ricostruire un rapporto legittimo, come di pena espiata, con la giustizia italiana, mediante un prolungato servizio (ovviamente convenuto e verificato) all’estero presso qualche organizzazione non governativa internazionale. Tutte ipotesi probabilmente in sé irrealistiche, che potrebbero essere meglio riformulate, ma che ricordo per dare un’idea di modalità diverse dall’automatica carcerazione retributiva. La grande domanda che ci si poneva in quegli anni, ma che dovrebbe essere sempre attuale, era: come avviare un percorso di riconciliazione?
Ci sono riusciti Paesi colpiti da tragedie ancora e molto più sanguinose delle nostre. Tenuto conto di tutte le differenze, qualcosa da loro potremmo imparare.
Certo, gli atteggiamenti di Cesare Battisti, in ogni sua apparizione, non facilitano un ragionamento sereno. Mi dispiace molto riconoscerlo, ma si mostra proprio antipatico, arrogante; non capisco lo scopo di certe dichiarazioni che sembrano inutili, controproducenti, o messaggi oscuri come quelli sui servizi segreti francesi.
Scorrendo qualche sito internet, mi sono accorto dell’astio dei suoi amici nei miei riguardi. Ritornano interpretazioni distorte o falsificazioni, che circolavano in Francia nei loro ambienti, di mie vecchie interviste. Pensando di difenderlo, dicono sciocchezze.
Eppure non mi sento di sostenere: come mi sono fatto il carcere io, è giusto che se lo faccia anche lui. Mi chiedo se non ci sia qualcosa di guasto in una giustizia che costringe alla sola, secca alternativa tra la menzogna e l’ergastolo.
Ho ascoltato un giudice di grande umanità ipotizzare che se Cesare si presentasse con l’atteggiamento di chi riconosce le proprie responsabilità, ricostruisce i fatti, non contesta le sentenze, esprime una comprensione sincera per il dolore delle vittime, il suo ergastolo potrebbe, dopo tanti anni e cambiamenti dalla commissione dei reati, ridursi con l’applicazione di benefici intervenuti nel frattempo e aprirsi non troppo tardi alle misure alternative. Potrebbe. Ma con quale garanzia? Nessuna. Potrebbe, altrettanto, essere destinato al «carcere duro», previsto dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, in condizioni di deprivazione recentemente aggravate, con l’impossibilità di accesso a misure di progressiva attenuazione. Comunque l’ergastolo potrebbe restare ergastolo o una somma di decenni da assorbire in pratica quasi tutto il resto della vita. Anche chi ha perso un famigliare, anche chi è rimasto invalido è condannato a un dolore senza fine, nella vita. Ma non può essere questo il metro della pena. Come determinare un equivalente, un simmetrico della morte, o della sofferenza di una vittima, o dell’offesa sociale? Si rischia una rincorsa senza limite nel provocare altro male, si tornerebbe alla barbarie e ai supplizi.

Verità & giustizia

Per quello che ho letto e sentito, le persone colpite con più violenza, negli affetti e nel corpo, dai delitti dei Pac, non hanno mai chiesto vendetta ma, molto civilmente, verità e giustizia. Non perché è ergastolo, ma perché è stabilito in sentenza, perché sia rispettata ed eseguita la sanzione decisa secondo le regole del nostro ordinamento. Perché sia affermata la riprovazione dei crimini, la responsabilità di chi li ha commessi e le conseguenze che devono derivarne.
Proprio nelle conseguenze, che sembrerebbero decise irreversibilmente, trovo un’incongruenza, un conflitto con l’esigenza di verità. Se la verità comporta l’estradizione e il carcere a vita, l’abbandono definitivo delle relazioni famigliari, dei figli che restano per sempre senza padre, capisco anche il dibattersi in tutti i modi (magari controproducenti, antipatici) per evitarlo. Mi chiedo: è «giusto» che da una legittima pretesa di verità non possa derivare altro che questo male? Che non sia ipotizzabile un’altra specie di sanzione, anche dopo un tempo di carcere che non sia una distruzione, che rafforzi anche simbolicamente la riprovazione e che costringa a un progetto riparatorio duro, faticoso, ma ricostruttivo? Se potessi dire quello che è vero sapendo che non ci saranno ripercussioni tremende sui miei figli e sulle persone innocenti a me vicine, ma che la mia vita dovrà riorganizzarsi in funzione del debito che riconosco di aver contratto, allora forse questa «giustizia» può stimolare e incontrarsi con la soddisfazione dell’altro mio debito, quello del racconto di come e perché è stato fatto quello che non avrebbe dovuto, che oggi vorrei ardentemente che non fosse successo.
Non vorrei banalizzare, faccio l’esempio che segue solo per rendere più chiara una possibilità. Cesare Battisti è un affermato scrittore. Potrebbe ridurre all’osso il guadagno dei suoi diritti per mettere l’importo residuo a disposizione di un fondo a favore delle vittime. Al di là dell’esempio banale ed evidentemente da riformulare, penso anche al valore educativo di attività o contributi prolungati nel tempo, per non dimenticare il dolore invece di seppellirlo, con chi l’ha provocato, nel silenzio di una cella. Mi chiedo chi resterebbe danneggiato da una giustizia di riparazione.

Arrigo Cavallina

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