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Tutti pazzi per Dante

Dal nuovo numero di Studi cattolici, gennaio 2019

25/01/2019


Nuovi studi sulla Commedia

di Silvia Stucchi

L’interesse per la poesia di Dante è sempre altissimo, ma sta ulteriormente aumentando in vista del 700° anniversario (2021) della morte del poeta: Silvia Stucchi ha esplorato le tante novità in libreria, a partire dal prezioso cofanetto dei «Diamanti» delle Edizioni Salerno, che contiene una nuova edizione riveduta e annotata della Divina Commedia e il suo Dizionario, curati da Enrico Malato, presidente della Commissione scientifica preposta all’Edizione Nazionale dei Commenti danteschi e coordinatore della Nuova edizione commentata delle Opere di Dante.

Diciamocelo chiaramente: se fosse vissuto oggi, Dante non avrebbe mai vinto un premio letterario: Pd XXV, 1-9, com’è noto, si apre con la nostalgica evocazione della patria lontana, e con il desiderio, mai realizzato, dell’incoronazione poetica nel Battistero di San Giovanni («Se mai continga che ‘l poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra, / sí che m’ha fatto per molt’anni macro, / vinca la crudeltà che fuor mi serra / del bell’ovile ov’io dormi’ agnello, / nimico ai lupi che li danno guerra, / con altra voce omai, con altro vello / ritornerò poeta, e in sul fonte / del mio battesmo prenderò ‘l cappello»). Ma è un dato di fatto che l’onore tanto sognato da Dante non spetterà a lui, ma a Petrarca in Campidoglio nel 1341, e, prima ancora, era toccato nel 1315 ad Albertino Mussato, anche se non in una forma così esplicitamente rievocativa dell’antichità classica.
Dante, che ai suoi tempi è stato un autentico outsider, si è preso, nei secoli, la sua rivincita con gli interessi: e oggi, insieme con Platone e con pochi altri giganti del pensiero, è un protagonista indiscusso delle uscite editoriali. Non si contano, infatti, i volumi che ogni mese appaiono in libreria aventi per soggetto l’autore della Commedia.

Novità in libreria

Cerchiamo allora di orientarci fra le novità editoriali di queste ultime settimane e mesi, ricordando che la Commedia è un testo talmente ricco da offrire una molteplicità di metodologie di accesso; quella di Gianni Vacchelli, in Dante e la selva oscura (Lemma Press, Bergamo 2018, pp. 176, e 14,50) può essere definita una lettura esegetico-sapienziale, rigorosa e personale insieme. Vacchelli offre una chiave d’accesso insieme creativa e rigorosa a Dante: per capirlo, è utile iniziare la lettura dalle pagine dedicate a «Dante poeta della liberazione, della giustizia e della pace» (pp. 109-122), testo di una conferenza pronunciata il 22 ottobre 2015 all’Italian Library and Reading Room dell’Università di Khartoum. Spesso, una delle modalità migliori per trovare una via nuova di accesso a un testo che sembra tanto noto da poterne arricchire la conoscenza solo con puntuali osservazioni erudite, è la semplicità, che non vuol dire affatto banalità, anzi: «semplicità» significa, piuttosto, tornare alle basi, ripensare dalle fondamenta a quello che sta alla base di un testo, riscoprirne l’essenziale, come se ci stessimo rivolgendo non a un pubblico di esperti, ma a chi deve essere guidato per la prima volta a conoscere un autore che – io non ci avevo mai fatto caso – è talmente radicalmente alla base della nostra cultura da essere il solo, delle nostre lettere nazionali, a venire citato unicamente con il nome di battesimo (insieme con Galileo, ma per quest’ultimo ha influito la quasi perfetta omofonia con il cognome). Spesso, le evidenze più lampanti sfuggono al nostro sguardo, proprio perché le abbiamo sotto gli occhi: e noi, oggi, tendiamo a dimenticare che, per prima cosa, «la Commedia [...] è un poema che parla di liberazione, di amore, di pace, di bellezza» (p. 110).
Dante è il poeta di un’Europa da farsi, poeta universale nelle sue aspirazioni; e come la Commedia è imperniata sul numero tre, così il Dante della Commedia non è solo (come spesso banalizza la vulgata scolastica, di necessità sempre un po’ frettolosa) il Dante agens contrapposto al Dante auctor, quello che interviene a posteriori nel testo, commentando, appellandosi al lettore, facendogli notare e sottolineando a suo beneficio determinate circostanze. Non che questo sia sbagliato: ma forse, suggerisce l’autore, sarebbe proficuo leggere la Commedia anche pensando a un Dante tripartito: Dante uomo, Dante poeta, Dante mistico, tre aspetti dell’autore che costituiscono quella che Vacchelli chiama una «tri-unità». In questa chiave e alla luce di queste considerazioni, la lettura del Canto I dell’Inferno diventa pertanto un’esperienza davvero emozionante e appagante: e quindi, si può iniziare il capitolo dedicato a «La poesia profetica e critica di Dante» (pp. 123-159).
In fondo, sottolinea Vacchelli, i due più grandi geni del Medioevo, Francesco e Dante – cui si potrebbe affiancare, forse, anche Gioacchino da Fiore – appaiono oggi come due straordinarie intelligenze critiche, oltre che costruttive. Essi, infatti, nota l’autore di Dante e la selva oscura, legarono la loro riflessione ai grandi mutamenti che interessarono l’Europa nel passaggio da un’economia basata sulle risorse naturali e materiali a un’economia monetaria, nella quale ogni cosa cominciava a venire pesata e valutata secondo il suo prezzo e nella quale il denaro diventava l’autentico fattore propulsivo. Così comprendiamo come sia ancora attuale, dopo settecento anni, la denuncia dantesca del regno della Lupa, segno di una economia ridotta a pratica protratta di avidità, comportante il rischio di desertificazione, all’insegna della finanziarizzione selvaggia, della società mondiale.

Lezioni ricche di umanità

Un altro straordinario viatico per entrare nel testo della Commedia sono le lezioni, così piene di calore e di umanità, di Franco Nembrini: chi non ha avuto la fortuna di ascoltare direttamente le sue lezioni (Nembrini è stato a lungo docente di lettere nelle scuole superiori, e poi rettore dell’istituto scolastico «La Traccia» di Calcinate - Bg) può rimediare scovando le registrazioni delle sue lezioni trasmesse su Tv2000, e può gustare il suo commento all’Inferno nel monumentale volume appena pubblicato da Mondadori: Dante Alighieri, Inferno, commentato da Franco Nembrini, illustrato da Gabriele dell’Otto, con prefazione di Alessandro D’Avenia, pp. 700, e 28). Il testo dantesco adottato è quello, ormai canonico, curato da Giorgio Petrocchi (La Commedia secondo l’antica vulgata, Mondadori, Milano 1966-67): la parafrasi intende favorire una lettura diretta e continuata del testo originale, e cerca di restituirne il senso in modo molto chiaro e scorrevole: le illustrazioni piene di potenza accrescono il senso di energia che monta nel lettore che legge, rilegge, e assapora Dante e la sua poesia così icastica da farci balenare davanti agli occhi figure e ambienti.
Come ricorda Alessandro D’Avenia nella Prefazione, non dobbiamo «leggere Dante», ma piuttosto «lasciarci leggere da lui». Dante, invita a pensare D’Avenia, è poeta della passione: questa parola racchiude in sé, infatti, una doppia accezione: è trasporto erotico verso qualcosa, ed è anche la capacità di soffrire per qualcosa. E Dante è poeta del mondo terreno «proprio perché è appassionato di tutto ciò che questo mondo manifesta: vi si getta con trasporto (dalla politica alla poesia), fino alle estreme conseguenze, che gli costano cadute e sofferenze» (p. 7). Le passioni di Dante nutrono ogni sua riga, ed è per questo che i suoi lettori sperimentano un inedito risveglio e rilancio del desiderio, della determinazione a non disperdere i doni che la vita ha dispensato loro, e ad abbracciare tutto, anche quando si tratta di portarne il peso. Dante non cerca cioè la pace nell’eliminazione del desiderio, che è fonte primaria del senso di esclusione dell’uomo dalla pienezza, tanto che in alcune culture è proprio l’azzeramento del desiderio a essere visto come garanzia di felicità. Ma Dante, al contrario, riconosce nella progressione della potenza desiderante insita nell’uomo la nostalgia più autentica della salvezza, in quanto tutti desideriamo una vita che non conosce rovina: così, la Commedia altro non è se non «la descrizione del cuore di Dante in cerca di pace, sedotto da Dio attraverso i suoi amori terreni, che sono quindi anche celesti»: ragion per cui leggere Dante significa essere restituiti in pieno ai desideri del nostro cuore.


Una vita in esilio

A un episodio centrale della vita di Dante, che segna tutta la sua esistenza, ovvero all’esilio, è dedicato Dante. Una vita in esilio, di Chiara Mercuri (Laterza, Bari-Roma 2018, pp. 230, e 18): l’autrice, specializzata in Francia in Storia medievale, si è dedicata a molti studi scientifici, fra i quali spicca il saggio Corona di Cristo corona di re. La monarchia francese e la corona di spine nel Medioevo (Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2004, pp. 328, e 38) e collabora regolarmente con la rivista Medioevo.
Con Dante. Una vita in esilio, Chiara Mercuri ricostruisce i fatti che portarono all’esilio l’autore della Commedia, tenendo sempre ben chiaro che cosa significhi per un uomo del XIII e XIV secolo essere sradicato dalla prospettiva comunale: «L’esule», scrive l’autrice (p. 76), «è una barca che procede dentro a un mare in tempesta, senza riuscire mai a tenere la barra del timone al centro. Questo è l’esilio, un’imbarcazione in mare aperto quando le onde si fanno gonfie e giurano di sommergerti; un maremoto dal quale non si esce vivi, perché, seppur ne esci, dopo, non riesci più a scrollarti di dosso quella sensazione di allerta costante, di fuga perenne, di morte imminente. Come se ci fosse sempre dietro a te una voragine pronta a inghiottirti». Vengono allora davvero in mente, e si colorano di una nuova sfumatura, i celebri versi di If 1, 22-27, che, collocati prima dell’incontro di Dante con Virgilio, sembrano proprio descrivere questa situazione: «E come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata, / così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva».
Questa è la selva oscura, un mare di acque infide, con onde come fauci spalancate per ingoiare tutto ciò che si muova a pelo dell’acqua: la «selva oscura» è anche una tempesta spaventosa cui è stata sottoposta la sua vita, e non il peccato. Una tempesta scatenatagli contro da un potere cinico, corrotto, che lo ha bandito dalla cerchia sicura della sua città, condannandolo a vagare «come legno» senza porto d’approdo, senza meta, senza lavoro, senza il conforto rappresentato dalla vicinanza dei suoi cari e della sua famiglia.
Chiara Mercuri inizia il suo saggio da un pomeriggio, quello della giornata del 4 novembre 1301, quando Dante è a Roma, incaricato di una ambasceria presso il Papa: è una trappola, ma Dante ancora non lo sa; è arrivato nella Città eterna con Ruggierino Minerbetti e Corazza da Signa, presto congedati dal Papa, per vagliare soluzioni per porre rimedio alla crisi politico-istituzionale, e, in ultima analisi, anche sociale, che attanaglia Firenze. Da qui Chiara Mercuri torna a ritroso a ripercorrere le tappe del naufragio, a partire dal Calendimaggio del 1300, e poi attraverso il racconto (nel capitolo II) della speranza di ritorno in Firenze che animò Dante nel 1302-1304 sino al disastro della Battaglia della Lastra, e poi sino alla decisione di «far parte per sé stesso», negli anni della Lunigiana (1306-1309), per poi accompagnare il lettore attraverso il racconto dell’ultima illusione, coincidente con il tentativo di Arrigo VII di restaurare la piena autorità imperiale, e poi attraverso i soggiorni a Verona e Ravenna.


Cicerone d’eccezione

Più sfiziosamente divertente, ma ricco di dottrina e cultura è invece il saggio di Dario Pisano, La Firenze segreta di Dante (Newton Compton, Roma 2017, pp. 256, e 10): il sottotitolo Alla scoperta della città accompagnati dal Sommo Poeta introduce direttamente al tema del saggio. Dario Pisano, infatti, giovane anagraficamente (classe 1986), laureato in Filologia romanza presso l’Università di Roma Tre, ha conseguito un dottorato in Italianistica presso l’Università di Firenze, ed è autore anche del recente Nel cammin di nostra vita (Mimesis, Milano 2017, pp. 168, e 14) che raccoglie tre saggi dedicati alle «tre corone» trecentesche: «Dante, Petrarca e Boccaccio visti da vicino». Con La Firenze segreta di Dante Pisano ha messo a segno un’importantissima intuizione: la voce dei poeti si imprime fortemente in noi se possiamo pensarla incarnata in luoghi ed elementi architettonici e urbanistici concreti. E così, l’idea di visitare la Firenze medievale, la città di Dante, sofisticata e culturalmente selettiva. A cominciare dal Battistero, il «bel San Giovanni», al centro del capitolo I, il capitolo II presenta invece una «Guida poetica per il dantista itinerante», che si sofferma, in particolare, sul rapporto e sull’incontro di Dante e Beatrice e sulle tradizioni di vita fiorentina sottese alla Vita Nuova. Il capitolo III, «Il sasso di Dante», racconta le peripezie delle spoglie mortali del Sommo Poeta, il quale, com’è noto, morì a Ravenna nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321, e fu lì sepolto. Intorno al Quattrocento, però, Firenze chiese a Ravenna le spoglie del suo figlio più illustre: la municipalità ravennate rifiutò, ma dovette cedere un secolo dopo, quando nel 1519 la richiesta venne reiterata e appoggiata nientemeno che dal Pontefice, Leone X, appartenente alla famiglia fiorentina dei Medici. Ma allora iniziarono le sorprese; quando, nell’emozione generale, il sepolcro venne aperto, fu trovato vuoto. Il mistero rimase fitto sino al 1865, sesto centenario della nascita di Dante, quando venne deciso il restauro del sepolcro vuoto: allora, durante i lavori nel chiostro francescano di Ravenna, un operaio, rompendo un muro, trovò una cassetta di legno, contenente ossa umane e una lettera del priore, datata 1677 e attestante che quelli erano i resti mortali dell’autore della Commedia, trafugate dai frati per impedire che venissero portate a Firenze. Resta l’enigma relativo al luogo dove siano stati custoditi i resti di Dante dal 1519, anno dell’apertura del sepolcro ordinata da Leone X, al 1677, anno in cui furono murati nel nascondiglio dove vennero scoperti nel 1865: forse nel doppiofondo di qualche armadio di sagrestia, in qualche archivio polveroso, in una nicchia invisibile. Infine, nell’ultimo capitolo del saggio, Dario Pisano rievoca tutte le letture di Dante in Firenze, da Boccaccio a Roberto Benigni, per attestare che la fortuna del Sommo Poeta, nella sua città natale, tanto amata e tanto biasimata e criticata, non comincia certo nel Novecento.


Un testo irrinunciabile

E, per concludere questa rassegna, è d’obbligo citare un testo irrinunciabile: per i «Diamanti» della Salerno, infatti, è apparsa dal 20 settembre in libreria la preziosa Divina Commedia (Salerno 2018, pp. 1029), con prefazione di Enrico Malato, abbinata al Dizionario della Divina Commedia, sempre a cura di Enrico Malato (pp. 1096, i due volumi costano 40,80 euro). Si tratta di due testi preziosi, curati da uno dei massimi italianisti ed esperti di Dante, e che rappresentano un viatico pratico (i due volumetti sono a misura di tasca, per intenderci, per portarsi ovunque appresso il conforto del Sommo), e insieme rigorosissimo. Il testo di Malato riprende l’edizione di Petrocchi – l’unica che, a tutt’oggi, esibisca un ampio apparato delle varianti tramandate, sia pure nei limiti dei manoscritti compresi in quella che si definisce «antica vulgata» – ma attentamente revisionato, nel dettato come nell’interpunzione. Il risultato della poderosa impresa, che annovera centinaia di passi rivisti e ridiscussi, è che l’interpretazione diventa di per sé strumento del restauro testuale; inoltre, viene conferita una nuova leggibilità alla Commedia, quasi che l’editore cercasse davvero di mettersi al servizio dell’Autore, proponendosi di soddisfare il suo desiderio, quello di raggiungere il più ampio numero possibile di lettori con il suo testo, e il suo messaggio di bellezza e di salvezza.
Con sintesi e chiarezza estreme, Enrico Malato nella «Avvertenza del curatore» premessa al testo delle tre Cantiche ricapitola come il testo della Commedia sia giunto a noi con varie e talvolta pesanti incertezze di lezione, dovute in primis alla perdita di tutti i manoscritti autografi di Dante, e poi al grave inquinamento che la tradizione manoscritta ha subì­to quando, dopo la morte del Poeta, di fronte a una estesa e incalzante domanda di copie dell’opera, se ne intensificò la produzione, addirittura in copisterie create ad hoc. Al di là di errori meccanici e sviste, comuni al lavoro del copista di ogni tempo e in ogni situazione, dobbiamo ricordare che i copisti impegnati con la Commedia trascrivevano un testo nuovo, complesso e, in molti punti e per molti versi, oscuro a quei primi lettori, i quali, imbattendosi in parole sconosciute e di significato non immediatamente comprensibile, erano indotti a ritenerle erronee, cercando lezioni alternative in altri manoscritti. Qui essi potevano trovare, e spesso, ahimè, trovavano, il prodotto di interventi di altri copisti i quali, a loro volta, non comprendendo, si erano industriati a riconoscere e correggere l’ipotetico errore, sortendo invece l’effetto contrario: creare un errore vero, nel senso tecnico di «lezione non autentica, non corrispondente alla volontà dell’autore».
E così tale procedura, ripetuta in centinaia e centinaia di passi, per centinaia e migliaia di copie, ha prodotto quei guasti sui quali si affannano da sempre la critica e la filologia dantesca, con risultati sempre incerti e aleatori. Dopo le varie esperienze ottocentesche di Karl Witte (1862) e Edward Moore (1894); Niccolò Tommaseo (18653) e Giovanni Andrea Scartazzini (1874-1882), il primo risultato davvero importante, per tutte le opere di Dante, si ebbe nel 1921 con la cosiddetta «Edizione del Centenario», volume di circa 1.000 pagine pubblicato sotto la guida di Michele Barbi per celebrare il sesto centenario della morte di Dante, e in cui il testo della Commedia era curato da Giuseppe Vandelli. Grazie all’autorevolezza di tutti i curatori l’Edizione del Centenario acquisì gran prestigio italiano e internazionale, mantenuto, in buona sostanza, sino a oggi, anche se in qualche modo esso fu inficiato dal fatto che mancò l’apparato scientifico di giustificazione delle scelte editoriali, promesso, ma non pubblicato. Pertanto, per il testo più problematico di Dante, e cioè la Commedia, fu deciso di procedere con un nuovo tentativo editoriale, realizzato, appunto, da Giorgio Petrocchi nel 1966-1967. Tuttavia, anche quest’ultima edizione non fu quella «definitiva» che si attendeva: non un testo critico, quindi, ma un «testo base» per un futuro testo critico, costruito su una selezione di manoscritti antichi, anteriori al 1355, che avrebbero garantito il recupero di lezioni ancora immuni da corruzioni gravi. La data del 1355 venne assunta come spartiacque fra antica e nuova «vulgata» per la convinzione che fosse stato l’intervento di Giovanni Boccaccio, intorno a quell’anno, a operare una svolta nella tradizione: grandissimo estimatore di Dante, l’autore del Decameron, infatti, si era fatto egli stesso copista dell’opera dantesca, e avrebbe apportato, in più copie successive, interventi «correttivi» di supposti «errori», con il risultato, invece, di introdurre gravi inquinamenti nel testo dantesco. Tuttavia, questo assunto di Petrocchi venne poi messo in dubbio: per cui, il lavoro che Enrico Malato presenta nei «Diamanti» Salerno è stato ultimato per l’edizione Necod (Nuova Edizione Commentata delle Opere di Dante, sempre per la Salerno editrice) quale prima editio minor di un futuro testo critico.
E se uno strumento di importanza capitale per lo studio della Commedia è l’Enciclopedia Dantesca, il Dizionario curato da Enrico Malato insieme con questa edizione delle tre Cantiche è un piccolo, concentrato vademecum che aiuta la lettura e può soddisfare le curiosità del lettore in ogni luogo e momento.

Silvia Stucchi

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