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L’anti-intellettualismo dei populisti

Dal nuovo numero di Studi cattolici, gennaio 2019

25/01/2019


Lino Banfi nominato dal governo nella commissione italiana dell’Unesco – l’organismo nazionale che dovrebbe promuove l’attività dell’agenzia culturale dell’Onu nel nostro Paese – è una notizia che «riempie di orgoglio» il vicepremier Luigi Di Maio e dà la misura della considerazione in cui la cultura è tenuta da chi oggi ci governa.
Niente di personale contro il simpatico attore pugliese – sorvolando sulla sua partecipazione al trash scollacciato dei filmetti sui quali peraltro ha costruito la sua carriera – ma se ci fosse stato bisogno di un sintomo rivelatore, piccolo ma espressivo, del degrado culturale che sta dilagando, ecco, l’abbiamo avuto.
Perfino l’altro vicepremier ha ironizzato sulla scelta ma, trattandosi di nomina «governativa», egli stesso ne condivide la responsabilità.
Ormai l’incompetenza è diventata un titolo di merito, il criterio di selezione. Del resto, non c’è da meravigliarsi: delle due formazioni politiche che fanno capo ai vicepremier, l’una è stata fondata da un comico al quale tuttora fa riferimento; l’altra è scaturita dalla mente di un radiotecnico diplomato per corrispondenza, il quale propiziava i suoi destini politici attingendo ampolle alle sorgenti del Po.
L’anti-intellettualismo viene da lontano, ma finora non era mai stato al governo. È stata pubblicata di recente la traduzione italiana del saggio di Édouard Berth I crimini degli intellettuali (Gog Edizioni), datato 1914. Berth – sindacalista rivoluzionario, discepolo di Georges Sorel – sosteneva che la triade contro cui il proletariato deve lottare è composta da Stato, Concetto e Mercato, e quindi Politici, Intellettuali e Mercanti, con una sorta di mistica dello sciopero che oggi appare singolarmente datata.
Berth era contrario agli intellettuali, ma non alla ragione. Egli se la prendeva soprattutto con Cartesio e con il razionalismo pervasivo che da lui discende, sostituendo «alla religione una concezione cosiddetta scientifica del mondo, che è la cosa più babbea e più piatta che sia mai stata inventata nel corso dei secoli». Berth sposava la ragione pascaliana che si nutre dell’apporto dei sentimenti e delle altre facoltà umane, secondo un’antropologia che non riduce l’uomo soltanto al suo cervello.
Nell’introduzione all’edizione italiana, Lorenzo Vitelli attualizza alcune intuizioni di Berth applicandole all’anti-intellettualismo dei populisti: «Il buon senso è l’arma che il populista consiglia al popolo di agitare contro la sofisticazione degli intellettuali, dei politicanti di professione, dei mercati finanziari». E siccome oggigiorno la cultura di massa si esprime soprattutto come intrattenimento, «squalificare il ruolo dell’intellettuale vuol dire lasciare il monopolio del dibattito – politico, etico, progettuale – ai protagonisti dell’intrattenimento e dello showbiz». E così si arriva ad affidare a Lino Banfi il compito di interpretare e facilitare i programmi dell’Unesco nel nostro Paese.
Abbiamo forse dato un eccessivo rilievo a un episodio che è e rimane in sé minimo, anche per lo scarso peso dell’Unesco in generale e della commissione italiana dell’Unesco in particolare: ma non va sottovalutata la sua valenza altamente simbolica.

Cesare Cavalleri

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