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Elezioni europee: scenari dopo il voto

di Lorenzo Ornaghi
01/04/2019
Elezioni europee: scenari dopo il voto

La gran parte dei commenti giornalistici e una folla di auspici pubblici o istituzionali avvalorano l’impressione che le imminenti elezioni europee avranno finalmente al loro cuore la «questione dell’Europa». Vale a dire, la forma attuale dell’esistenza dell’Unione europea, se non addirittura – finalmente sottoposte al giudizio popolare di tutti gli elettori – la necessità stessa di una simile esistenza e l’utilità delle principali funzioni sin qui svolte da un’Europa che, mediante l’integrazione economica e l’uniformazione delle sue diverse società nazionali, cerca di essere sempre più «unita». Quantomeno, poiché le forme esteriori degli organismi politici possono sopravvivere persino all’annichilimento della sostanza che esse hanno rivestito, le elezioni di fine maggio – secondo l’opinione dei più – sembrano chiedere alle varie cittadinanze di decidere se e come proseguire nello sforzo di far sì che l’Unione europea diventi politicamente meno fatua di quanto sia o sembri oggi. Fondata e convincentemente argomentabile in una sua prima parte, l’impressione non lo è affatto, temo, in alcune altre. Che la consapevolezza della posta in gioco si sia diffusa in strati via via più larghi degli elettorati dei singoli Paesi, appare del tutto evidente. Si tratta – in uno dei due poli estremi del continuum elettorale – del convincimento ferreo (e quasi sempre viziato ideologicamente) di tutti coloro che considerano l’Unione europea un letale errore della politica contemporanea. Altrettanto solida, oltre che in taluni casi anch’essa incline a qualche eccesso di retorica o di ideologia apparentemente più sofisticata della prima, è – nel polo opposto – la persuasione di chi argomenta che a questa Europa, e ai progetti di unirla politicamente in misura maggiore e con modalità migliori delle odierne, non vi è «alternativa».

L’articolato giudizio dei votanti

La storia è sempre stata una maestra zelante e imprevedibile. E ha saputo produrre alternative che – talora disastrose, talaltra (e fortunatamente) tollerabili o addirittura vantaggiose – non erano state immaginate dalla razionalità e dai calcoli umani. Il punto più interessante da cui osservare i possibili comportamenti elettorali, pertanto, non è quello dell’assenza di alternativa. Man mano che dai due poli del continuum ci si approssima al suo «centro» (pur individuabile senza precisione e con molte difficoltà, al momento), ci si accorge infatti che il giudizio dei votanti diventa problematicamente più articolato, esitante e quasi sospettoso nei confronti di una drastica scelta fra la sopravvivenza dell’Unione europea e una condanna che, a causa dell’espressione «secca» del voto, diventi equiparabile alla negazione definitiva della stessa «ragion d’essere» dell’Europa. Nemmeno  queste elezioni ci ridaranno la vitalità degli ideali, della visione politica e del convinto orientamento ai princìpi cristiani, che regolarmente – con un misto di rimpianto e di meraviglia (poiché tanto più li scopriamo necessari al nostro presente quanto meno ne riusciamo a comprendere l’interruzione o la scomparsa) – si ritrovano nei discorsi e nelle decisioni della triade dei «padri fondatori». Al  richiamo e alla pratica di tutta una serie di valori e idee, si sono purtroppo disabituate le classi politiche europee. E ci siamo (o siamo stati) diseducati noi cittadini - elettori. Con il risultato che gli «interessi materiali» – poco importa se bene o male intesi, se reali o soltanto alimentati dalla fantasia – con estrema facilità prevalgono non solo su pressoché qualsiasi motivazione «non materiale», ma anche su ogni interesse non immediatamente percepito quale tornaconto individuale. Sarà importante, una volta noti gli esiti delle elezioni, studiare la stratificazione territoriale, sociale e generazionale del continuum di cui si diceva, dei suoi poli e delle sue posizioni intermedie. Si potrà anche, registrando i flussi rispetto a precedenti elezioni, valutare con maggiore precisione quanto – nei differenti raggruppamenti sociali dei diversi Paesi europei –  l’impostazione «ragionevole» della questione europea si sia affrancata dalle «ragioni» particolari dei partiti più rappresentativi delle singole realtà nazionali. E si scopriranno parecchie cose utili, credo, per quel ramo della conoscenza che è la psicologia politica. I pochi o tanti vantaggi tangibili, che l’Unione europea ha portato, si dispiegano in misura alquanto diversa sui cittadini (e differentemente vengono valutati), a seconda dello status sociale e culturale di questi ultimi, oltre che della loro età. Gli svantaggi e i gravami, che – veri o presunti – sono imputabili a decisioni o politiche pubbliche dell’Unione europea, appaiono maggiormente identificabili e agevolmente  contestabili. Come sempre accade in politica, tuttavia, persino un pesante fardello fiscale e l’insicurezza economica, o le forme molteplici con cui prendono corpo le paure e inquietudini collettive, possono essere bilanciati o compensati dalla nascita di nuove aspettative, purché il loro soddisfacimento – soprattutto quando le classi politiche sembrino scarsamente affidabili – non venga differito per un tempo troppo lungo. La «questione dell’Europa» è in grado, alle prossime elezioni, di farsi accompagnare da aspettative che non risultino la brutta copia di quelle degli ultimi anni e che non sembrino subito contagiabili da quegli stessi mali o malanni di cui, in tutti i Paesi, si sta nutrendo la contrapposizione frontale fra «europeisti» e «sovranisti»? La risposta più probabile all’interrogativo, anche quando ci si tenga deliberatamente alla larga dal pessimismo, non è certamente quella affermativa. Se una quota pur larga o magari (per pura ipotesi) larghissima di elettori avrà presente la questione delle sorti dell’Unione europea, la decisione sul proprio voto prevalentemente avverrà o confermando la propria adesione alle manifeste indicazioni del partito «domestico» cui ci si sente più vicini, o comunque non dimenticando affatto le conseguenze di un tale voto sulla situazione politica interna. Per alcuni aspetti, e senza contraddizione alcuna, le elezioni dei prossimi rappresentanti al Parlamento europeo, diffusamente ritenute le più importanti e decisive (e le più «europee») fra quelle sin qui tenute, avranno – in non pochi Paesi, e nel nostro in particolare – una prioritaria rilevanza «nazionale». Così dimostrando ulteriormente, occorre aggiungere, il fatto che la contrapposizione tra «europeisti» e «sovranisti» continua ad avere le sue radici più profonde nel terreno delle differenti condizioni politiche «domestiche», più che in quello del «comune» spazio europeo. Nondimeno, l’imminente tornata elettorale sarà di sicuro assai importante, in conseguenza non solo dei risultati, ma anche della sovraesposizione della sua «criticità» (una sovraesposizione del tutto giustificata in parte, in altri casi strumentalmente e palesemente usata a scopi interni, da questo o quel leader).

Il nuovo Parlamento europeo

Il Parlamento europeo potrebbe uscire – nei riguardi delle opinioni pubbliche nazionali, e rispetto alle altre istituzioni dell’Unione – da quello stato di sopore che è sembrato avvolgerlo sino a oggi. Non è probabile che il suo potere effettivo aumenti di soprassalto. È invece verosimile che si vivacizzi – mediaticamente e anche politicamente – la sua presenza nell’arena europea. Tanto più vivace sarà il suo ruolo quanto più i risultati elettorali, complicando la formazione di una netta maggioranza, renderanno il Parlamento europeo sempre più simile a quei Parlamenti nazionali perennemente nervosi e instabili, poiché incapaci di ricomporre una rappresentanza proporzionale particolarmente articolata (o frammentata) dentro alleanze la cui sorprendente eterogeneità da altro non è giustificata se non dallo stato di necessità. In effetti, l’elemento più critico (e, in questo preciso senso, decisivo per le condizioni e la qualità di vita futura dell’Unione europea) sarà il rapporto di forza tra le alleanze parlamentari dei «sovranisti» e degli «europeisti». Non meno rilevante sarà anche il grado di coesione (o di stabilizzazione dei conflitti latenti) raggiungibile da ciascuna alleanza. Il compito più arduo, per un’alleanza fra «europeisti» che disponga della maggioranza dei seggi, sarà quello di far nascere e crescere aspettative nuove, contribuendo a tirare fuori la realtà e la percezione dell’Unione europea dalle secche in cui sembra essersi arenata. Per l’alleanza fra «sovranisti» eventualmente vittoriosa, incombente risulterà invece l’impresa di incominciare a disegnare un’Unione europea «minima», meno severa o esigente nel disciplinare le singole economie o i comportamenti sociali e nel chiedere risorse dagli Stati, ma anche più oculatamente parsimoniosa nell’erogarle, senza calcolata benevolenza nei confronti di nessuno. Quali che siano i risultati, il vero pericolo è che l’arena europea diventi il deformato ingigantimento, o la strumentale proiezione, di quelle che sono oggi le più malandate fra le arene politiche nazionali (anche se nessuna di queste ultime, a dire il vero, può spensieratamente trascurare le proprie condizioni di salute). Nell’essere costretti a riflettere sulla «questione dell’Europa», guardando soprattutto alle competizioni partitiche interne ai singoli Stati e alla sommatoria delle più o meno ragionate preferenze dei differenti corpi elettorali, si annida certamente il più attanagliante dei paradossi che una tale questione ha generato. Se c’è oggi una «causa» cui dedicare in modo assoluto l’esistenza dell’Unione europea e i progetti di un suo possibile riordinamento, questa va infatti cercata nelle turbolenze e nella dislocazione di poteri del sistema internazionale. Dal quale – non è peregrina la congettura – potrebbe appunto venire l’aspra replica, o l’inaspettato sostegno in grado di dare corpo a una di quelle inimmaginate «alternative» a ciò che gli esseri umani, secondo i loro mutevoli desideri e interessi, pretendono che si realizzi con rapidità, ovvero altrettanto rapidamente abbandoni la scena della storia.


Lorenzo Ornaghi
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