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Quanto buio nel Nome della Rosa

John Turturro
01/04/2019
Quanto buio nel Nome della Rosa Claudio Pollastri ha intervistato per Studi cattolici John Turturro protagonista della serie tv «Il Nome della Rosa»

Scusi John Turturro alias frate Guglielmo da Baskerville, ma è vero che non aveva mai letto Il nome della Rosa?
È vero.

Ne aveva sentito parlare?
Sapevo che esisteva.

Non aveva visto nemmeno il film?
No, neanche il film.

Come mai?
Non c’è un motivo, così…

Il suo ruolo era stato di Sean Connery.
Conosco Sean per 007.

Ha visto i film di Bond?
Avevo un pupazzo di 007 con la faccia di Sean.

Teme il confronto con Sean?
Francamente, no.

Si sente così sicuro?
Ho seguito letteralmente il testo di Umberto Eco.

Ha dovuto leggerlo!
L’ho fatto quando mi hanno proposto il progetto.

Giudizio?
Ho trovato elementi molto attuali.

Tanto da farle accettare il ruolo di frate Guglielmo.
Ruolo forte, impegnativo, stimolante.

La classica prova d’attore?
Molto intensa.

Interpretando frate Guglielmo è stato un po’ come tornare alle sue origini.
Mio padre era di Giovinazzo, in provincia di Bari, dove era stato nominato vescovo Guglielmo da Alnwick che pare abbia ispirato la figura del mio Guglielmo.

Torna spesso a Giovinazzo?
Almeno una volta all’anno.

Ritrova le sue origini?
Mio padre Nicola, che poi ha cambiato in Nicholas, aveva sei anni quando era emigrato a New York.

Che mestiere faceva?
Il carpentiere.

Sua madre?
Mia madre Catherine, di origini siciliane di Aragona, era una cantante jazz.

In che cosa assomiglia ai suoi genitori?
A mio padre per il senso del dovere, dell’onestà e della caparbietà.

A sua madre?
Nell’amore per la musica e l’arte in genere.

Lo deve a sua madre, quindi, se fa l’attore?
Mi accompagnava alla scuola dei frati dove imparavo a recitare.

Che ricordo ha di quei momenti?
Divertente.

Ah sì?
I frati ci sapevano fare.

C’era molta disciplina?
Soprattutto educazione.

C’era anche un momento di preghiera?
Sì, certo, ma senza imporlo.

Dalla recita dai frati ha poi frequentato scuole specialistiche?
Ho studiato teatro alla scuola statale a 100 km a nord di New York.

Poi?
In Connecticut, alla Yale School of Drama.

È laureato?
Alla State University of New York a New Platz.

Era uno studente modello?
Me la cavavo.

Il risultato più importante?
L’incontro con la mia futura moglie Katherine.

Katherine come sua madre?
Mia madre era con la C, mia moglie con la K.

Chi se la cavava meglio a scuola tra lei e sua moglie?
Katherine, non c’è dubbio.

Nessuna rivalità?
C’è sempre stata una grande complicità tra noi due.

Come dovrebbe essere tra moglie e marito.
C’era anche prima che ci sposassimo.

Chi l’ha sostenuta fin dai primi passi dai frati?
Mia madre.

In che modo?
Mi incoraggiava nei momenti di sconforto.

Per questo aveva accettato subito di partecipare al film Mia madre di Nanni Moretti?
Un film che ho sentito subito mio.

In che senso?
Ho avuto un rapporto speciale col mio ruolo.

E con Moretti?
C’era empatia.

Ha recitato anche per Pontecorvo.
Un amico.

Anche sul set?
Ci capivamo al volo.

E Francesco Rosi?
Un maestro.

Altro maestro, Woody Allen.
Molto riservato ma geniale.

Però il suo lancio è avvenuto grazie a Martin Scorsese.
Ci accomunano le stesse origini.

Il famoso clan-di-mutuo-soccorso degli italoamericani.
È molto sentito a New York.

Come sono sentite tutte le tradizioni italiane.
L’importanza delle radici, della famiglia.

Com’era la sua?
La classica famiglia italiana di Brooklyn.

Italiana e cattolica?
Ovviamente.

Praticante?
Messa alla domenica e preghiere.

Ha continuato?
A pregare sì, sempre e…

E?
Se mi dimentico o sono stanco penso a mia madre.

Essere cattolico l’ha fatta sentire a suo agio nel saio di frate Guglielmo?
Un attore deve sentirsi a suo agio in ogni ruolo.

Questa risposta era dovuta.
Frate Guglielmo è il protagonista della serie come lo è del libro.

Il protagonista buono.
Un ruolo molto stimolante.

Comunque, avere frequentato i frati le è servito?
Ribadisco quello che ho detto sul ruolo dell’attore, anche se devo ammettere che mi sono sentito facilitato nel comprendere meglio certe sfumature.

La Chiesa cattolica ha avuto un ruolo importante in posti come Brooklyn?
Per noi figli di emigrati era un punto di riferimento.

Com’era la vita a Brooklyn?
A casa mia era tutto molto teatrale, molto italiano.

Cioè?
C’erano liti spettacolari tra i miei.

Non andavano d’accordo?
Si adoravano, ma c’era in casa un’elettricità continua.

Come finiva?
Con abbracci e baci.

Proprio come auspica papa Francesco.
Una grande figura, attualmente l’unica di pace universale.

Anche il suo matrimonio è movimentato?
È come un crescendo rossiniano.

Da quanto siete sposati?
Da trent’anni.

A Hollywood è un record.
Con gli alti e bassi di tutti i matrimoni.

Il segreto?
Siamo molto uniti.

Ma...
Ma? È tutto merito di mia moglie.

Anche nel lavoro?
È fondamentale.

Perché?
Mi incoraggia sempre, proprio come faceva mia madre. E mi sa capire.

In che senso?
Il mio lavoro mi porta a viaggiare spesso e avere accanto donne giovani e bellissime.

Sua moglie non è gelosa?
La sua fiducia è alla base della nostra serenità matrimoniale.

Avete dei figli?
Due, Amedeo di 28 anni e Diego di 19 anni.

Tra lei e sua moglie, chi è il genitore più severo?
Mia moglie.

Lei è quello buono?
Proprio come frate Guglielmo.

Claudio Pollastri
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